{"id":2679,"date":"2026-08-03T07:28:00","date_gmt":"2026-08-03T05:28:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.radioribelle.it\/?p=2679"},"modified":"2026-07-31T15:01:10","modified_gmt":"2026-07-31T13:01:10","slug":"mussolini-ha-sempre-ragione-fino-all11-dicembre-1941","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.radioribelle.it\/index.php\/2026\/08\/03\/mussolini-ha-sempre-ragione-fino-all11-dicembre-1941\/","title":{"rendered":"Mussolini ha sempre ragione\u201d. Fino all\u201911 dicembre 1941"},"content":{"rendered":"\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"alignright size-full is-resized\"><img loading=\"lazy\" src=\"https:\/\/www.radioribelle.it\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/mussolini.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-2680\" width=\"226\" height=\"314\" srcset=\"https:\/\/www.radioribelle.it\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/mussolini.jpg 379w, https:\/\/www.radioribelle.it\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/mussolini-216x300.jpg 216w\" sizes=\"(max-width: 226px) 100vw, 226px\" \/><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p><em>Per vent\u2019anni gli italiani avevano imparato ad applaudire Mussolini prima ancora di ascoltarlo e quando il Duce dichiar\u00f2 guerra agli Stati Uniti, quell\u2019applauso nascose una verit\u00e0 che pochi ebbero il coraggio di pronunciare. L\u2019Italia non era pronta a combattere.<\/em> Alle tre del pomeriggio dell\u201911 dicembre 1941 Piazza Venezia era gremita. <\/p>\n\n\n\n<!--more-->\n\n\n\n<p>Da ore migliaia di romani aspettavano l\u2019apparizione del Duce. Le voci correvano veloci, come sempre in tempo di guerra. Qualcuno sosteneva che l\u2019Unione Sovietica fosse sul punto di arrendersi. Altri parlavano di una grande vittoria destinata a cambiare il corso del conflitto e l\u2019attesa aveva il sapore delle grandi occasioni. Quando il Mussolini si affacci\u00f2 al balcone, la piazza esplose nell\u2019ovazione rituale. Da vent\u2019anni gli italiani applaudivano prima ancora di conoscere il contenuto dei suoi discorsi. Era diventato un riflesso condizionato. La notizia, per\u00f2, lasci\u00f2 molti interdetti: \u201cLe potenze del Patto d\u2019Acciaio, l\u2019Italia fascista e la Germania nazionalsocialista, sempre pi\u00f9 strettamente unite, scendono oggi a lato dell\u2019eroico Giappone contro gli Stati Uniti d\u2019America\u201d. L\u2019Italia aveva appena dichiarato guerra alla pi\u00f9 grande potenza industriale del pianeta ma per comprendere quella decisione bisogna tornare indietro di molti anni, quando il regime aveva costruito attorno a Mussolini un\u2019aura di infallibilit\u00e0. Il 16 febbraio 1926, sulle pagine del terzo numero de \u00abL\u2019Italiano\u00bb, Leo Longanesi coni\u00f2 una frase destinata a diventare celebre: \u201cMussolini ha sempre ragione\u201d. Era nata come una provocazione, una sottile ironia nei confronti del culto della personalit\u00e0 che il fascismo stava alimentando. Longanesi immaginava un paradosso. Il regime lo trasform\u00f2 in una professione di fede. Lo slogan fu inserito nel \u201cVademecum del perfetto fascista\u201d, stampato da Vallecchi, e comparve sui muri delle citt\u00e0 italiane. Mussolini ne fu lusingato. Fin\u00ec per crederci lui stesso. E con lui milioni di italiani. Persino negli Stati Uniti, almeno negli anni Venti, il capo del fascismo godeva di una certa considerazione. L\u201911 maggio 1924 il \u00abNew York Times\u00bb arriv\u00f2 a scrivere che nella sua persona sembravano fondersi le qualit\u00e0 di Giuseppe Mazzini e di Camillo Cavour. Era il tempo in cui molti osservatori stranieri vedevano nel fascismo soprattutto un argine al caos del dopoguerra, senza coglierne ancora tutte le implicazioni autoritarie. Con il passare degli anni, per\u00f2, il consenso si trasform\u00f2 in adorazione e l\u2019adorazione in isolamento. Mussolini governava praticamente da solo. Le riunioni del governo servivano pi\u00f9 a ratificare decisioni gi\u00e0 prese che a discuterle. I ministri non erano consiglieri, ma esecutori. A Palazzo Venezia attraversavano di corsa la grande Sala del Mappamondo, ricevevano istruzioni e si ritiravano senza discutere. Anche il Gran Consiglio del Fascismo aveva progressivamente perso ogni reale funzione di confronto politico. Quando il 10 giugno 1940 l\u2019Italia entr\u00f2 in guerra contro Francia e Gran Bretagna, quella macchina perfettamente coreografata nascondeva una realt\u00e0 ben diversa. Il Paese non era preparato a sostenere un conflitto moderno. Alla retorica delle otto milioni di baionette si contrapponevano carenze croniche di armamenti, mezzi, carburante, materie prime e perfino di equipaggiamento per i soldati. Il divario tra propaganda e realt\u00e0 emergeva anche negli episodi apparentemente pi\u00f9 insignificanti. Dopo l\u2019armistizio con la Francia, Mussolini invit\u00f2 alcuni giornalisti a Villa Torlonia per assistere a una sua partita di tennis. La dimostrazione avrebbe dovuto confermare l\u2019immagine del capo atletico e instancabile. Accadde il contrario. Mussolini mostr\u00f2 una tecnica modesta, ma il risultato fu comunque favorevole: l\u2019arbitro era Achille Starace, segretario del Partito Fascista, che dichiar\u00f2 concluso l\u2019incontro assegnando la vittoria a Mussolini. Era una scena quasi grottesca, ma rappresentava bene il clima di un regime nel quale nessuno osava contraddire il capo. Fu dentro questa bolla costruita dalla propaganda che matur\u00f2 la decisione di affrontare anche gli Stati Uniti. Tre giorni prima, il 7 dicembre, il Giappone aveva attaccato Pearl Harbor. Hitler aveva scelto di dichiarare guerra a Washington e Mussolini segu\u00ec immediatamente l\u2019alleato tedesco, senza che l\u2019Italia disponesse delle risorse necessarie per affrontare un avversario di quella portata. Molti contemporanei compresero subito la gravit\u00e0 di quella scelta. L\u2019ambasciatore americano a Roma si limit\u00f2 a un\u2019amara constatazione: \u201c\u00c8 veramente tragico\u201d. Mario Pannunzio annot\u00f2 con sconforto che bisognava prepararsi \u201ca un altro nemico da insultare sui giornali\u201d e Alberto Moravia descrisse il senso di estraneit\u00e0 provato dagli intellettuali costretti a sostenere una propaganda nella quale non credevano pi\u00f9. Qualche giorno dopo Mussolini volle conoscere il parere di due giornalisti che stimava: Giovanni Ansaldo e Leo Longanesi. Ansaldo gli domand\u00f2 se avesse mai visto l\u2019elenco telefonico di New York, un modo ironico per ricordargli le dimensioni del Paese appena sfidato. Mussolini scroll\u00f2 semplicemente le spalle. Longanesi, invece, gli sugger\u00ec di sfogliare attentamente \u00abLife\u00bb, simbolo della forza economica e tecnologica americana. Il Duce liquid\u00f2 anche quell\u2019osservazione, sostenendo che fosse migliore la rivista del \u00abPopolo d\u2019Italia\u00bb. Longanesi usc\u00ec dall\u2019incontro con una convinzione che avrebbe confidato agli amici: \u201cNon c\u2019\u00e8 scampo. Abbiamo perso la guerra\u201d. Forse quella frase sintetizza meglio di qualsiasi documento la distanza che ormai separava il regime dalla realt\u00e0. Per vent\u2019anni la propaganda aveva costruito un mondo nel quale Mussolini aveva sempre ragione. Ma la Storia, prima o poi, presenta sempre il conto. E l\u201911 dicembre 1941, mentre Piazza Venezia applaudiva ancora una volta, quel conto era gi\u00e0 stato scritto.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Per vent\u2019anni gli italiani avevano imparato ad applaudire Mussolini prima ancora di ascoltarlo e quando il Duce dichiar\u00f2 guerra agli Stati Uniti, quell\u2019applauso nascose una verit\u00e0 che pochi ebbero il coraggio di pronunciare. L\u2019Italia non era pronta a combattere. 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