{"id":36832,"date":"2025-02-04T06:48:00","date_gmt":"2025-02-04T05:48:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.radioribelle.it\/?p=36832"},"modified":"2025-01-29T13:53:13","modified_gmt":"2025-01-29T12:53:13","slug":"gli-innocenti-gettati-in-foiba-che-nessuno-ricorda-mai","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.radioribelle.it\/index.php\/2025\/02\/04\/gli-innocenti-gettati-in-foiba-che-nessuno-ricorda-mai\/","title":{"rendered":"Gli innocenti gettati in foiba che nessuno ricorda mai"},"content":{"rendered":"\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"alignright size-full\"><img loading=\"lazy\" width=\"302\" height=\"167\" src=\"https:\/\/www.radioribelle.it\/wp-content\/uploads\/2025\/01\/foibe.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-36833\" srcset=\"https:\/\/www.radioribelle.it\/wp-content\/uploads\/2025\/01\/foibe.jpg 302w, https:\/\/www.radioribelle.it\/wp-content\/uploads\/2025\/01\/foibe-300x166.jpg 300w\" sizes=\"(max-width: 302px) 100vw, 302px\" \/><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p>Il freddo delle prime ore del mattino ti accompagna lungo i filari di olivi. Qualche centinaio di metri e si entra in un fitto bosco. I piedi calpestano piccoli rami che scricchiolano e ti conducono fino alla prima foiba, un buco stretto e lungo che si inabissa nel terreno e che porta chiss\u00e0 dove. C&#8217;\u00e8 solo il buio e il silenzio pi\u00f9 profondo. Un&#8217;anima pietosa ha messo una croce e una targa: \u00abCarsici baratri profondi e scuri \/ custodi involontari \/ di abominevoli vergogne\u00bb. <\/p>\n\n\n\n<!--more-->\n\n\n\n<p>Niente pi\u00f9. Chi, per sbaglio, dovesse passare da qui non immaginerebbe mai che, per anni, quella foiba ha custodito i resti di una famiglia. Perch\u00e9 di questa storia, a Gambugliano, in provincia di Vicenza, si fa ancora fatica a parlare.<\/p>\n\n\n\n<p>Aprile 1945. La guerra sta ormai per finire anche se nessuno lo sa. Il 5 di quel mese i partigiani si presentano a casa di Guerrino Tescari che, in quel momento, si trova insieme a sua moglie Assunta, a suo figlio di tredici anni, Angelo, e ad altre quattro figlie. Gli uomini con la stella rossa gli puntano il mitra addosso e gli ordinano di seguirlo. Lo seguono la moglie e il piccolo Angelo, che non vuole lasciare mamma e pap\u00e0. I partigiani li tengono prigionieri e poi, all&#8217;incirca a met\u00e0 del mese, li ammazzano e li gettano nella foiba di Monte San Lorenzo, insieme ad altre dodici persone e a mucchi infiniti di rifiuti. Rimangono l\u00ec fino al 1950 quando vengono riesumati e viene data loro sepoltura. \u00c8 una delle tante vendette, compiute negli ultimi mesi di guerra e in quelli immediatamente successivi, che colpiscono il vicentino. Odio chiama odio. Sangue chiama sangue. Alle mattanze fasciste e nazionalsocialiste si aggiungono ora quelle dei partigiani. Spietate. A volte pari, a volte superiori, &#8211; ammesso e non concesso che si possa fare una classifica degli orrori &#8211; di quelle dei loro nemici. A cinquantacinque chilometri a nord da qui, a Tonezza del Cimone, un&#8217;altra foiba, a vedersi pi\u00f9 inquietante. Una grotta, in una buca piena di foglie, \u00e8 ricoperta di muschio fradicio. Poco pi\u00f9 in l\u00e0, ormai tappato, l&#8217;ingresso della foiba vera e propria, quella in cui vennero cacciati diciotto soldati tedeschi, che erano stati catturati nel sonno; un milite della Guardia nazionale repubblicana, fatto prigioniero insieme alla sua fidanzata; e un prete ortodosso che, una volta preso, piange come un bambino innocente che viene ingiustamente punito. La ferocia \u00e8 tanta e tante sono le storie che questa terra nasconde. La guerra, in questo caso, \u00e8 gi\u00e0 finita. Il 29 aprile, a Pedescala, i militari nazionalsocialisti vengono fatti prigionieri dai partigiani del Battaglione &#8220;Cirillo Bressan&#8221; della Brigata &#8220;Pasubiana&#8221; gruppo &#8220;Garemi&#8221;. Passa poco pi\u00f9 di un giorno all&#8217;interno di un bunker e poi vengono portati a Tonezza. Sono ormai dei cenci umani. Vengono fatti sfilare sotto le case del paese e non stanno in piedi. Un tedesco, in un italiano zoppicante, prega i partigiani di rispedirlo a casa dove lo attendono i suoi tre figli. Non c&#8217;\u00e8 nulla da fare. Chi, provando un po&#8217; di piet\u00e0, tenta di intercedere per lui viene minacciato di finire in foiba. Don Antonio Lovato, il parroco del Paese, viene chiamato ad assistere alla mattanza. Il prete ortodosso si aggrappa alla sua sottana, le sue dita gli scavano le carni. Non vuole morire. Non se lo merita quel pastore d&#8217;anime, finito a invocare Dio tra le armi I partigiani staccano i due uomini di fede e scaraventano l&#8217;ortodosso nella foiba. Don Lovato vede compiersi il massacro, poi se ne va. \u00c8 turbato ma non si lascia intimorire. La domenica successiva, dal pulpito, denuncia le violenze dei partigiani. Viene trasferito e sostituito da un altro sacerdote coraggioso, don Giuseppe Marcazzan, che scriver\u00e0 pi\u00f9 volte non solo della strage, ma anche del clima, pesante e terribile, che si vive a Tonezza negli anni immediatamente successivi alla guerra, dove i partigiani, spesso legati alle ali pi\u00f9 estreme della rivoluzione comunista, girano per strada utilizzando le giacche, con tanto di fori di proiettili, delle persone che avevano ammazzato, e i loro stivali. Non tutti, per\u00f2, vengono ammazzati prima di essere infoibati. Alcuni vengono gettati vivi nei 43 metri di voragine, tanto che i testimoni raccontano che per giorni si sentono voci e lamenti provenire dalla terra. Ma non c&#8217;\u00e8 pi\u00f9 nulla da fare. Solo aspettare. I resti di una vittima vengono trovati appoggiati a una parete della cavit\u00e0, segno che, probabilmente, dopo la caduta era ancora viva. Poco pi\u00f9 di trentasette chilometri dividono Tonezza dalla foiba di Lusiana, il buso dea Spaluga, una voragine che si spinge fino a centinaia di metri di profondit\u00e0 e dove, durante la Prima guerra mondiale, fin\u00ec un camion pieno di militari italiani in licenza. Buso, non \u00e8 difficile da comprendere, significa buco in dialetto vicentino. Pi\u00f9 difficile, invece, \u00e8 il termine Spaluga, che deriva dal sassone e indica il luogo dove vengono gettate le cose pi\u00f9 immonde. Due voragini, protette in parte dal filo spinato, ma per la gran parte della loro estensione esposte. Affacciandosi su di esse, si sente la terra tremare sotto i piedi. Ci si appoggia alle piante, per cercare di vedere cosa nascondono le rocce, ma si pu\u00f2 solo immaginare. Esporsi \u00e8 troppo rischioso. Don Antonio Dall&#8217;Olio, parroco di Lusiana, \u00e8 uno dei primi a raggiungere i poveri resti qui raccolti. Il primo cadavere che incontra \u00e8 quello del \u00abCongo Belga, un borghese cos\u00ec soprannominato dagli amici marosticani\u00bb. Incappa poi in due soldati tedeschi, \u00abin perfetta posizione d&#8217;attenti e perfettamente affiancati, in uniforme militare, anche loro intatti. (&#8230;) Quasi sicuramente, quei due erano giunti nel fondo vivi, coscienti, con le gambe sanissime: morirono fissando la luce diretta dopo un salto di cento metri\u00bb. L&#8217;acqua leviga e consuma. Non solo la roccia, ma anche i cadaveri e, infine, le ossa. Tra i morti c&#8217;\u00e8 anche una ragazza. La raccontano bellissima, anzi: la pi\u00f9 bella di Lusiana, ed era desiderata da tutti, con quei boccoli in testa e quegli occhi profondi come la terra che l&#8217;avrebbe inghiottita. Si chiamava Ortensia Morras e lavorava alla mensa della Todt. Nel tempo libero, come tutte le ragazze di vent&#8217;anni di ieri e di oggi, amava ballare. E, soprattutto, amava amare. Nel suo caso l&#8217;attenzione cade su un tedesco, ovviamente ricambiata. I due si piacciono, si frequentano, mentre le bombe piovono e i mitra cantano. Probabilmente si concedono anche l&#8217;uno all&#8217;altra, trovando un po&#8217; di pace nella guerra. Ma Ortensia \u00e8 troppo bella. E cos\u00ec, qualcuno tra i partigiani comincia a far girare la voce che \u00e8 una spia dei tedeschi. Gli uomini con la stella rossa la accerchiano, le dicono che quel ragazzo con la divisa di un altro Paese non deve pi\u00f9 frequentarlo. Che tra loro \u00e8 finita. Ma Ortensia lo ama e non lo vuole abbandonare. Costi quel che costi. Anche la vita. Il 10 marzo del 1945 \u00e8 il suo ultimo giorno. Cammina, come tutti i giorni per tornare a casa dal lavoro. Viene affiancata dai partigiani che la portano al buso dea Spaluga. La torturano, perch\u00e9 la sua bellezza svanisca. La violentano, per strapparle il corpo che aveva per tanto tempo tenuto per s\u00e9; infine la gettano viva nella foiba perch\u00e9 abbia tempo per soffrire. Una ragazzina racconter\u00e0 di aver sentito le sue urla strazianti provenire dal nulla. Morir\u00e0, Ortensia. Non sappiamo n\u00e9 quando n\u00e9 come. Ma i suoi resti, insieme a quelli di tutti gli altri, vennero riesumati solo tre anni dopo, nel 1948.<\/p>\n\n\n\n<p>Su quella che sar\u00e0 la sua bara, quattro tocchi di legno messi insieme, vengono scritte solo due parole: \u00abRagazza bionda\u00bb. Anche se era la bellissima Ortensia Morras.<\/p>\n\n\n\n<p>fonte: msn.com\/it-it\/notizie\/italia\/gli-innocenti-gettati-in-foiba-che-nessuno-ricorda-mai<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il freddo delle prime ore del mattino ti accompagna lungo i filari di olivi. Qualche centinaio di metri e si entra in un fitto bosco. I piedi calpestano piccoli rami che scricchiolano e ti conducono fino alla prima foiba, un buco stretto e lungo che si inabissa nel terreno e che porta chiss\u00e0 dove. 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