
e perché Mussolini temeva la sua mente brillante Roma, 8 novembre 1926, ore 21. In un appartamento al numero 380 di via Morgagni, un uomo piccolo di statura con il corpo deformato dalla malattia sta scrivendo alla fioca luce di una lampada.
Antonio Gramsci, 45 anni, segretario del Partito Comunista d’Italia, sa che stanno per venire a prenderlo. Da giorni sente che la rete si stringe intorno a lui.Il regime fascista di Benito Mussolini ha appena approvato le leggi fascistissime che danno pieni poteri alla polizia di arrestare chiunque sia considerato sovversivo e Gramshi è in cima alla lista. Ma quello che rende questo momento ancora più drammatico è una frase che Mussolini avrebbe pronunciato pochi giorni prima in una riunione riservata con i suoi gerarchi. Dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare per 20 anni. Non disse “Dobbiamo ucciderlo”. Notate bene, disse impedire al cervello di funzionare perché il duce, l’uomo forte che si vantava di non temere nessuno, aveva così paura del pensiero di un intellettuale gobbo e malaticcio che pesava a malapena 50 kg? Cosa c’era nella mente di Gramsi che terrorizzava il fascismo più della forza di un esercito? E perché anche dopo averlo rinchiuso in carcere per 11 anni, il regime continuò a temerlo fino al momento della sua morte. Quella sera di novembre, quando bussarono alla porta e gli agenti dell’Ovra, la polizia segreta fascista, entrarono per arrestarlo, Gramshi non oppose resistenza. Non poteva. Il suo corpo, deformato dal morbo di Pot che lo affliggeva dall’infanzia, era troppo debole. Ma la sua mente, ah, quella mente era più forte che mai e il fascismo lo sapeva. Per comprendere perché Mussolini temesse tanto Gramsi, dobbiamo prima capire chi era quest’uomo e da dove veniva. Antonio Grams nacque ad Ales, un piccolo paese della Sardegna il 22 gennaio 1891, quarto di sette figli in una famiglia di piccoli proprietari terrieri decaduti. La sua infanzia fu segnata dalla povertà e dalla malattia. A 4 anni cadde dalle braccia della domestica che lo portava. Un incidente che, combinato con una malattia ossea, probabilmente congenita, causò la deformazione della sua colonna vertebrale e fermò la sua crescita. Il piccolo Antonio divenne un ragazzo gobbo con la testa che sembrava sproporzionata rispetto al corpo minuto. La sua famiglia attraversò anni terribili quando il padre Francesco fu arrestato per presunte irregolarità amministrative. Un arresto che molti, incluso Antonio stesso, ritennero essere stato politicamente motivato. Durante i 5 anni di detenzione del padre, la famiglia piombò nella miseria nera. Antonio, ancora bambino, fu costretto a lavorare trasportando pesanti registri in un ufficio del catastro. Il lavoro fisico, troppo gravoso per il suo corpo malato, aggravò le sue condizioni.Spesso svenne per il dolore e lo sforzo. Fu in quegli anni, mentre vedeva la sofferenza della sua famiglia e sperimentava sulla propria pelle l’ingiustizia e la durezza della vita dei poveri, che si formò in lui quella sensibilità sociale e politica che avrebbe caratterizzato tutta la sua esistenza. Ma nonostante le difficoltà fisiche ed economiche, Gramshi aveva una mente straordinaria.A scuola eccelleva in tutto, divorava libri, mostrava una curiosità intellettuale insaziabile. Nel 1911, a 20 anni, vinse una borsa di studio per l’Università di Torino. Fu un momento di svolta. Torino, la città industriale del nord, era agli antipodi della Sardegna rurale e arretrata. Qui Gramshi si immerse nel mondo della cultura, della politica, del movimento operaio. Frequentò la facoltà di lettere, studiò linguistica e filologia, ma soprattutto entrò in contatto con il Partito Socialista e con gli ambienti dell’avanguardia culturale torinese. Gli anni universitari furono difficili, la salute precaria e la povertà lo tormentavano costantemente. Grazie per aver dedicato del tempo a leggere questa parte della storia Questa è solo la prima parte; il seguito e il finale sono già stati pubblicati nei commenti Se non li vedi, clicca su “vedi tutti i commenti” e cercali per leggerli![]()