
Per vent’anni gli italiani avevano imparato ad applaudire Mussolini prima ancora di ascoltarlo e quando il Duce dichiarò guerra agli Stati Uniti, quell’applauso nascose una verità che pochi ebbero il coraggio di pronunciare. L’Italia non era pronta a combattere. Alle tre del pomeriggio dell’11 dicembre 1941 Piazza Venezia era gremita.
Da ore migliaia di romani aspettavano l’apparizione del Duce. Le voci correvano veloci, come sempre in tempo di guerra. Qualcuno sosteneva che l’Unione Sovietica fosse sul punto di arrendersi. Altri parlavano di una grande vittoria destinata a cambiare il corso del conflitto e l’attesa aveva il sapore delle grandi occasioni. Quando il Mussolini si affacciò al balcone, la piazza esplose nell’ovazione rituale. Da vent’anni gli italiani applaudivano prima ancora di conoscere il contenuto dei suoi discorsi. Era diventato un riflesso condizionato. La notizia, però, lasciò molti interdetti: “Le potenze del Patto d’Acciaio, l’Italia fascista e la Germania nazionalsocialista, sempre più strettamente unite, scendono oggi a lato dell’eroico Giappone contro gli Stati Uniti d’America”. L’Italia aveva appena dichiarato guerra alla più grande potenza industriale del pianeta ma per comprendere quella decisione bisogna tornare indietro di molti anni, quando il regime aveva costruito attorno a Mussolini un’aura di infallibilità. Il 16 febbraio 1926, sulle pagine del terzo numero de «L’Italiano», Leo Longanesi coniò una frase destinata a diventare celebre: “Mussolini ha sempre ragione”. Era nata come una provocazione, una sottile ironia nei confronti del culto della personalità che il fascismo stava alimentando. Longanesi immaginava un paradosso. Il regime lo trasformò in una professione di fede. Lo slogan fu inserito nel “Vademecum del perfetto fascista”, stampato da Vallecchi, e comparve sui muri delle città italiane. Mussolini ne fu lusingato. Finì per crederci lui stesso. E con lui milioni di italiani. Persino negli Stati Uniti, almeno negli anni Venti, il capo del fascismo godeva di una certa considerazione. L’11 maggio 1924 il «New York Times» arrivò a scrivere che nella sua persona sembravano fondersi le qualità di Giuseppe Mazzini e di Camillo Cavour. Era il tempo in cui molti osservatori stranieri vedevano nel fascismo soprattutto un argine al caos del dopoguerra, senza coglierne ancora tutte le implicazioni autoritarie. Con il passare degli anni, però, il consenso si trasformò in adorazione e l’adorazione in isolamento. Mussolini governava praticamente da solo. Le riunioni del governo servivano più a ratificare decisioni già prese che a discuterle. I ministri non erano consiglieri, ma esecutori. A Palazzo Venezia attraversavano di corsa la grande Sala del Mappamondo, ricevevano istruzioni e si ritiravano senza discutere. Anche il Gran Consiglio del Fascismo aveva progressivamente perso ogni reale funzione di confronto politico. Quando il 10 giugno 1940 l’Italia entrò in guerra contro Francia e Gran Bretagna, quella macchina perfettamente coreografata nascondeva una realtà ben diversa. Il Paese non era preparato a sostenere un conflitto moderno. Alla retorica delle otto milioni di baionette si contrapponevano carenze croniche di armamenti, mezzi, carburante, materie prime e perfino di equipaggiamento per i soldati. Il divario tra propaganda e realtà emergeva anche negli episodi apparentemente più insignificanti. Dopo l’armistizio con la Francia, Mussolini invitò alcuni giornalisti a Villa Torlonia per assistere a una sua partita di tennis. La dimostrazione avrebbe dovuto confermare l’immagine del capo atletico e instancabile. Accadde il contrario. Mussolini mostrò una tecnica modesta, ma il risultato fu comunque favorevole: l’arbitro era Achille Starace, segretario del Partito Fascista, che dichiarò concluso l’incontro assegnando la vittoria a Mussolini. Era una scena quasi grottesca, ma rappresentava bene il clima di un regime nel quale nessuno osava contraddire il capo. Fu dentro questa bolla costruita dalla propaganda che maturò la decisione di affrontare anche gli Stati Uniti. Tre giorni prima, il 7 dicembre, il Giappone aveva attaccato Pearl Harbor. Hitler aveva scelto di dichiarare guerra a Washington e Mussolini seguì immediatamente l’alleato tedesco, senza che l’Italia disponesse delle risorse necessarie per affrontare un avversario di quella portata. Molti contemporanei compresero subito la gravità di quella scelta. L’ambasciatore americano a Roma si limitò a un’amara constatazione: “È veramente tragico”. Mario Pannunzio annotò con sconforto che bisognava prepararsi “a un altro nemico da insultare sui giornali” e Alberto Moravia descrisse il senso di estraneità provato dagli intellettuali costretti a sostenere una propaganda nella quale non credevano più. Qualche giorno dopo Mussolini volle conoscere il parere di due giornalisti che stimava: Giovanni Ansaldo e Leo Longanesi. Ansaldo gli domandò se avesse mai visto l’elenco telefonico di New York, un modo ironico per ricordargli le dimensioni del Paese appena sfidato. Mussolini scrollò semplicemente le spalle. Longanesi, invece, gli suggerì di sfogliare attentamente «Life», simbolo della forza economica e tecnologica americana. Il Duce liquidò anche quell’osservazione, sostenendo che fosse migliore la rivista del «Popolo d’Italia». Longanesi uscì dall’incontro con una convinzione che avrebbe confidato agli amici: “Non c’è scampo. Abbiamo perso la guerra”. Forse quella frase sintetizza meglio di qualsiasi documento la distanza che ormai separava il regime dalla realtà. Per vent’anni la propaganda aveva costruito un mondo nel quale Mussolini aveva sempre ragione. Ma la Storia, prima o poi, presenta sempre il conto. E l’11 dicembre 1941, mentre Piazza Venezia applaudiva ancora una volta, quel conto era già stato scritto.