Luigi Cadorna e il processo che continua da oltre un secolo

Una recente sentenza per diffamazione riporta al centro del dibattito uno dei personaggi più controversi della Prima guerra mondiale. Ma siamo davvero sicuri che l’immagine del “macellaio” corrisponda alla realtà storica?

Luigi Cadorna è probabilmente il generale più discusso della storia d’Italia. Ancora oggi, a oltre un secolo dalla Grande Guerra, il suo nome viene associato a parole come “macellaio”, “incapace” e “sanguinario”. Eppure una recente vicenda giudiziaria ha riportato al centro del dibattito una domanda che gli storici dovrebbero porsi da tempo: il giudizio su Cadorna nasce davvero dai fatti oppure da una lunga costruzione della memoria collettiva? La condanna per diffamazione inflitta a una sindaca che aveva rivolto pesanti insulti al comandante dell’esercito italiano dimostra infatti che una cosa è il giudizio storico, un’altra è la diffamazione. A promuovere l’azione legale è stato Carlo Cadorna, nipote del generale, esasperato da anni di accuse e di offese rivolte alla memoria del suo antenato. La vicenda giudiziaria, al di là dell’aspetto legale, offre però l’occasione per riflettere su una figura che continua a dividere storici, studiosi e opinione pubblica.

Dopo Caporetto, Luigi Cadorna divenne il principale responsabile della disfatta agli occhi dell’Italia. Era quasi inevitabile. Ogni grande sconfitta ha bisogno di un colpevole e il comandante supremo rappresentava il bersaglio ideale. Politici, giornali, memorialisti e persino molti militari finirono per concentrare su di lui responsabilità che in realtà erano distribuite lungo tutta la catena di comando. Ridurre però Caporetto alla presunta incapacità di un solo uomo significa semplificare eccessivamente uno degli eventi più complessi della storia militare italiana. L’offensiva austro-tedesca era infatti prevista dal Comando Supremo. Cadorna sapeva che il settore di Tolmino e Caporetto sarebbe stato attaccato e aveva impartito precise disposizioni affinché la Seconda Armata assumesse uno schieramento più arretrato e più facilmente difendibile.

Quelle direttive, tuttavia, non vennero pienamente applicate. Il generale Luigi Capello, comandante della Seconda Armata, preferì mantenere una postura offensiva e, alla vigilia della battaglia, si allontanò dal comando per motivi di salute, lasciando l’armata priva della guida necessaria proprio nel momento decisivo. Anche altri comandanti, tra cui Pietro Badoglio, ebbero responsabilità che negli anni sono state spesso messe in secondo piano, mentre tutta l’attenzione si concentrava sul comandante supremo. Per comprendere davvero Luigi Cadorna occorre inoltre inserirlo nel suo tempo. Era un ufficiale formatosi nella cultura militare europea della fine dell’Ottocento, quando tutti gli eserciti ritenevano decisiva l’offensiva frontale, il peso della massa e la disciplina assoluta. La tragedia delle offensive contro reticolati e mitragliatrici non fu un’esclusiva italiana. Basta osservare le perdite francesi a Verdun o quelle britanniche sulla Somme per capire che tutti i grandi eserciti europei combattevano seguendo gli stessi principi tattici. Solo nel corso della guerra si comprese che quelle strategie erano ormai superate e che occorrevano nuovi metodi di combattimento, culminati nell’impiego delle Sturmtruppen tedesche e nello sviluppo di tattiche d’infiltrazione completamente diverse dagli assalti di massa. Anche l’immagine di Cadorna come comandante crudele e indifferente alla sorte dei suoi uomini merita una riflessione più equilibrata. È vero che il generale mostrò sempre una disciplina rigidissima e che considerava diserzione e insubordinazione come minacce mortali per la tenuta dell’esercito.

Tuttavia questo atteggiamento era condiviso dalla quasi totalità dei comandanti europei. Oggi siamo portati a giudicare quelle decisioni attraverso la sensibilità del XXI secolo, ma allora la guerra veniva interpretata secondo categorie completamente differenti. Gli stessi comandanti alleati cercavano deliberatamente di mantenere una distanza emotiva dalle sofferenze del fronte, convinti che lasciarsi coinvolgere avrebbe compromesso la lucidità delle decisioni strategiche. Ciò non significa che fossero privi di umanità, ma che appartenevano a una cultura militare profondamente diversa dalla nostra. Nel corso degli anni, inoltre, attorno alla figura di Cadorna si sono sedimentati numerosi luoghi comuni. Le decimazioni, ad esempio, sono diventate nell’immaginario collettivo una pratica abituale dell’esercito italiano. In realtà gli episodi documentati furono pochissimi e il caso più noto resta quello di Santa Maria La Longa, verificatosi dopo un grave episodio di ammutinamento. Allo stesso modo si è diffusa l’idea che artiglierie e carabinieri fossero sistematicamente impiegati per colpire i soldati italiani in ritirata o riluttanti ad attaccare. Episodi isolati possono anche essere avvenuti, ma trasformarli nella regola significa alterare profondamente la realtà storica di un esercito composto da milioni di uomini.

Paradossalmente, uno dei momenti in cui Cadorna dimostrò le maggiori capacità organizzative fu proprio dopo Caporetto. La ritirata verso il Piave, spesso ricordata soltanto come una fuga, rappresentò invece una complessa operazione militare che consentì all’esercito italiano di evitare la distruzione completa, riorganizzarsi e costituire una nuova linea difensiva. Già nelle settimane successive gli austro-tedeschi vennero fermati e respinti in diversi settori avanzati, segno che l’esercito non era affatto dissolto. Quando Armando Diaz assunse il comando trovò certamente una situazione drammatica, ma trovò anche una struttura militare ancora capace di combattere. Questo non cancella gli errori di Cadorna, ma dimostra che attribuirgli ogni merito negativo e negargli qualsiasi capacità rappresenta una lettura storicamente parziale.

La figura di Luigi Cadorna continua dunque a essere prigioniera di una narrazione costruita più sul mito che sui documenti. Per molti è diventato il simbolo assoluto dell’incapacità militare italiana, mentre per altri è stato il capro espiatorio di una guerra che travolse uomini, eserciti e governi. La verità storica, come spesso accade, è probabilmente più complessa. Cadorna non fu né il genio infallibile celebrato da alcuni contemporanei né il mostro crudele descritto da tanta pubblicistica successiva. Fu un generale del suo tempo, con i limiti della cultura militare in cui era cresciuto, con errori anche gravi, ma anche con capacità organizzative che la storiografia più recente invita a considerare con maggiore equilibrio. Il compito dello storico non dovrebbe essere quello di costruire miti o distruggerli, bensì comprendere il passato nel contesto in cui si è svolto. Ed è proprio questo, forse, il vero processo che Luigi Cadorna attende ancora oggi.