
Il mercato del bestiame di una volta era uno degli eventi più antichi e più rumorosi che la campagna italiana producesse – quella manifestazione periodica che si teneva in un campo alla periferia del paese o nella piazza grande e che riuniva i contadini di tutto il circondario con i loro animali in un caotico e vitale teatro di compravendite che aveva le sue regole precise e il suo linguaggio specifico che solo gli addetti ai lavori capivano.
Gli animali – i buoi allineati con le corna legate, le mucche con i vitelli al fianco, le pecore in gregge, i maiali nel recinto – che riempivano il campo di suoni e di odori e di movimento con quella presenza massiccia e innocente degli animali da lavoro e da reddito. La valutazione – il contadino venditore che mostrava i denti e le zampe e la schiena dell’animale con quella competenza del perito e il contadino compratore che guardava con l’occhio clinico del conoscitore cercando ogni difetto possibile prima di fare un’offerta. La contrattazione – quella trattativa lunga e ritualizzata tra venditore e compratore che si concludeva spesso con la stretta di mano e la parola data, senza carta e senza penna. E il mercato del bestiame come evento sociale – gli uomini che si incontravano, le notizie che circolavano, i pettegolezzi che si diffondevano, i fidanzamenti che si combinavan – era anche il giornale e il parlamento e il salotto della comunità contadina.