
« La baronessa aveva fatto barricare il portone: travi, carri di campagna, botti piene, dietro; e i campieri che sparavano dalle finestre per vender cara la pelle. La folla chinava il capo alle schiopettate, perché non aveva armi da rispondere. Prima c’era la pena di morte chi tenesse armi da fuoco. – Viva la libertà! – E sfondarono il portone.
Poi nella corte, sulla gradinata, scavalcando i feriti. Lasciarono stare i campieri. – I campieri dopo! – I campieri dopo! – Prima volevano le carni della baronessa, le carni fatte di pernici e di vin buono. Ella correva di stanza in stanza col lattante al seno, scarmigliata – e le stanze erano molte. Si udiva la folla urlare per quegli andirivieni, avvicinandosi come la piena di un fiume. Il figlio maggiore, di 16 anni, ancora colle carni bianche anch’esso, puntellava l’uscio colle sue mani tremanti, gridando: – Mamà! mamà! – Al primo urto gli rovesciarono l’uscio addosso. Egli si afferrava alle gambe che lo calpestavano. Non gridava più. Sua madre s’era rifugiata nel balcone, tenendo avvinghiato il bambino, chiudendogli la bocca colla mano perché non gridasse, pazza. L’altro figliolo voleva difenderla col suo corpo, stralunato, quasi avesse avuto cento mani, afferrando pel taglio tutte quelle scuri. Li separarono in un lampo. Uno abbrancò lei pei capelli, un altro per i fianchi, un altro per le vesti, sollevandola al di sopra della ringhiera. Il carbonaio le strappò dalle braccia il bambino lattante. L’altro fratello non vide niente; non vedeva altro che nero e rosso. Lo calpestavano, gli macinavano le ossa a colpi di tacchi ferrati; egli aveva addentato una mano che lo stringeva alla gola e non la lasciava più. Le scuri non potevano colpire nel mucchio e luccicavano in aria»Al «carnevale furibondo» del giorno in cui la folla, come un torrente in piena, al grido di «Abbasso i cappelli! Viva la libertà!», si riversò per le strade, assaltò i palazzi, uccise con furore tutti i «galantuomini» che riusciva a scovare, seguì la calma paurosa della notte. Non più lo stormire delle campane e lo sventolare dei fazzoletti tricolori, ma il silenzio, l’attesa della repressione. Temevano quel «generale» che saliva piccino sopra il suo gran cavallo nero, alla testa dei suoi soldati in camicia rossa, «giovanetti stanchi, curvi sotto il fucile arrugginito». Egli ordinò immediatamente fucilazioni ed arresti.La scena muta: non più le urla di una folla che abbatte i portoni del palazzo della baronessa, ma una stanza chiusa, opprimente, dominata da dodici giudici, galantuomini occhialuti che stanchi e annoiati procedono con la lettura della sentenza. Di fronte a loro gli imputati, pallidi per gli anni passati chiusi in cella e terrorizzati da quello che stanno ascoltando. Uno di essi, il carbonaio, «mentre tornavano a mettergli le manette, balbettava: – Dove mi conducete? – In galera? – O perché? Non mi è toccato neppure un palmo di terra! Se avevano detto che c’era la libertà!…».Così si chiude la novella Libertà pubblicata da Giovanni Verga il 12 marzo 1882 su «La domenica letteraria» e l’anno seguente nella raccolta Novelle rusticane.Pur non dando i nomi ai personaggi e ai luoghi in cui si svolge la vicenda, il riferimento è chiaro.L’autore, nel portare avanti la sua pessimistica visione della fiumana del progresso che lascia dietro di sé solo la sofferenza dei vinti, prende spunto da dei fatti ancora ben impressi nell’opinione pubblica del giovane Regno d’Italia: la rivolta di Bronte.Mentre Garibaldi, preparava lo sbarco in Calabria, nella cittadina dell’entroterra catanese, lungo le pendici dell’Etna, tra il 1 e il 6 agosto del 1860, si riversarono più di 10.000 contadini reclamanti la mancata attuazione della ripartizione delle terre comuni, promessa da anni e ribadita dai nuovi decreti promulgati dal governo garibaldino. L’agitazione popolare sfociò in inaudita violenza. Gli insorti diedero fuoco a tutto quello che incontrarono. Sotto il suono scrosciante delle campane e dei «Viva l’Italia», in mezzo al fumo degli incendi, i proprietari vennero trascinati fuori dalle loro case, torturati, uccisi.I pochi che riuscirono a scappare si nascosero per giorni interi in sotterranei, magazzini, latrine, o lasciarono la città travestiti da donna. La situazione era talmente degenerata che Garibaldi decise di mandare il suo più fidato generale, Nino Bixio, a riportare l’ordine. Si trattava di un momento molto delicato per i Mille. Ci si preparava alla conquista della Calabria, allo sbarco sul continente. L’esito della guerra contro i Borbone era tutto tranne che scontato. Le campagne erano attraversate da scosse di instabilità, con le milizie contadine allo sbando che facevano giustizia da sé. Garibaldi temeva che, come nel 1820 e nel 1848, la reazione borbonica potesse di nuovo vincere, sfruttando a suo vantaggio le ondate di disordini popolari che avevano travolto le campagne e le città. Era necessario, quindi, ottenere l’appoggio dei proprietari, assicurando loro, a differenza di quanto era accaduto nel Quarantotto, di saper mantenere e garantire l’ordine. Inoltre, in quell’estate del 1860, gli occhi di tutto il mondo erano rivolti verso la Sicilia, in particolare quelli della Gran Bretagna, la quale, tramite i dispacci dei suoi consoli e viceconsoli, chiedeva misure volte a tutelare le proprietà dei suoi cittadini in Sicilia. A Bronte il principale proprietario terriero era una nobile inglese, Charlotte Mary Nelson, terza duchessa di Bronte.Alla luce di tutti questi motivi, per risolvere la questione di Bronte, Garibaldi si rivolse a Bixio, intransigente uomo d’azione. Egli procedette immediatamente a dare un esempio alla popolazione, arrestando e processando quelli che erano stati additati come i capi della rivolta. Il 10 agosto del 1860 vennero fucilati cinque uomini sulla cui colpevolezza sussistevano però molti dubbi. Tra questi vi era Nicolò Lombardo, avvocato liberale, additato dai più come capo e organizzatore della rivolta, visto anche il discorso che aveva pronunciato il 31 luglio in cui prometteva alla folla la riforma agraria. Sebbene questi avesse a lungo incitato l’agitazione contadina e molto probabilmente avesse progettato di prendere il controllo dell’amministrazione comunale sulla scia delle dimostrazioni popolari, tuttavia gli storici dubitano che potesse essere responsabile dei fatti di sangue.Egli, infatti, cercò più volte di rifugiarsi in casa, terrorizzato dalla violenza dilagante, e cercò di risparmiare quante più persone possibili dalla furia della folla inferocita.A queste prime esecuzioni sommarie seguirono numerosi altri arresti e un processo a Catania che si concluse solo nel 1864 con ottantadue condanne: anche se le pene comminate erano severe e prevedevano anni di lavoro forzato, nessuno fu condannato a morte. Il risultato, però, fu che su Bixio e sulle vicende di Bronte calò un’ombra sinistra.I posteri non furono clementi con Bixio, sul quale venne riversata la colpa della repressione. Benedetto Radice, autore nel 1910 della prima ricostruzione storica dettagliata dei fatti di Bronte, Nino Bixio a Bronte, definiva il generale garibaldino.Testo novella “ Libertà “ di Giovanni Verga e Treccani Enciclopedia.