REGIONE ROMAGNA

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Dal 2 giugno 1946 aspettiamo. Ottanta anni . L’Italia sceglie la Repubblica, la Costituente si mette al lavoro e la questione romagnola finisce sul tavolo. Ci è rimasta, sul tavolo. C’era fretta di fare le regioni, e nomi e confini furono rimandati a tempi migliori.

Lo sappiamo come va a finire quando si rimanda in Italia. Il risultato sta nell’articolo 131: una regione sola, “Emilia-Romagna”.Un trattino, e tanti saluti.Calma, dissero, c’è l’articolo 132. Certo. Per fare una nuova regione servono almeno un milione di abitanti (la Romagna, nelle sole tre province, ne conta più di 1.124.000 – dati ISTAT al 1 gennaio 2026 ), la richiesta dei consigli comunali, un referendum e una legge costituzionale.Un percorso a ostacoli che nessuno ha mai portato a termine.Eppure la scorciatoia esisteva. Nel 1963 nacque il Molise, staccato dall’Abruzzo grazie alla XI disposizione transitoria, che permetteva di fare regioni anche senza le condizioni dell’articolo 132.Quando si vuole, si può.Alla Romagna quella scorciatoia non è mai toccata.Sul finire degli anni Ottanta nasce il Movimento per l’Autonomia della Romagna, il MAR, che ancora oggi non molla. Nella XIV legislatura piovono pure i disegni di legge costituzionale. Fumo.Poi, nei primi anni Duemila, la riforma federalista, la famosa Devoluzione, ripropone per cinque anni la vecchia scorciatoia: nuove regioni con un milione di abitanti, purché si sentano le popolazioni. Sembrava fatta. Invece gli il referendum del giugno 2006, non passa e la norma resta lettera morta.Ottant’anni, una scorciatoia concessa al Molise e negata ai romagnoli , e una norma morta prima di nascere.