
Giulio Cesare passò il Rubicone nel 49 avanti Cristo. Disse che il dado era tratto. Si dimenticò di dire dove.Duemila anni dopo, la Romagna ne paga ancora il conto. Le città in lizza sono tre: Cesena, Savignano e Rimini.
Ognuna ha le sue carte, le sue lapidi, la sua pazienza. Nessuna ha mai ceduto di un metro.Cesena e il Pisciatello. Arrivarono per primi. Per secoli, da soli. Avevano Boccaccio, che il Rubicone lo metteva in casa loro. Avevano un nome dialettale, Urgon, che giuravano storpiatura di Rubicone. Avevano perfino un decreto del Senato romano che vietava di passare il fiume in armi, scolpito nel marmo e piazzato nel 1522 sul ponte di San Lazzaro.Gli studiosi, andarono a controllare. L’iscrizione risultò falsa. Lo aveva inventato un’umanista. Il Pisciatello restò lo stesso.Il colpo peggiore, però, non fu il marmo. Fu l’etimologia. Urgon non viene da Rubicone, ma da Rigon: rivo grande, per distinguerlo dai fratelli minori Rigoncello e Rigossa. I notai medievali, cesenati, avevano tradotto in latino un nome di campanile. Gare di confine, dunque, più che erudizione.Savignano e il Fiumicino. Hanno la carta più seria: la Tabula Peutingeriana, la mappa stradale dell’antichità. Il Rubicone della Tabula taglia la litoranea al dodicesimo miglio da Rimini, e il Fiumicino ci arriva giusto. In più, il Triponzo, bel ponte romano a tre archi, e una lapide settecentesca in lode del loro fiumicello.Arrivarono tardi, a lite finita. Con l’aria di chi entra in tribunale quando la Corte ha già deciso. Ma entrarono con le mappe.Rimini e l’Uso.Il Luso dei vecchi. Il fiume più grosso dei tre, riva destra alta, sinistra bassa e paludosa: un confine da manuale. Plinio dice che il Rubicone chiudeva l’agro di Rimini. Le pievi medievali, che ricalcano i confini romani, portano la giurisdizione riminese fino alla sua foce. Nel 538 il re dei Goti pianta il campo «sulle sponde del Rubicone» per assediare la città, e nessun esercito si carica di guadi inutili. In più, una via romana correva dritta verso la foce. Oggi sta sotto quattro metri di alluvioni.Poi c’è il Bianchi. Medico, letterato. Si firmava Jano Planco e sul fiume scrisse perfino «in stile boccaccesco». Nel 1749 fece murare una lapide con la frase di Plinio sulla riva dell’Uso, a San Vito.Cesena gridò al furto. Ma aveva fatto lo stesso due secoli prima.Fu causa. Dal 1750 al 1756. Sei anni, per una lapide. E ci lamentiamo dei tempi della giustiza di oggi.La sentenza. Arrivò dalla Sacra Rota. Dichiarò che non c’erano dati sufficienti per decidere. Il Bianchi, che si credeva vincitore, andò in escandescenze lo stesso. A Savignano, già con la lapide in mano, bastò aspettare.Il difetto di ciascuno. ognuno ne ha uno. Il Pisciatello ha contro la Tabula. Il Fiumicino ha contro Plinio e le pievi. L’Uso ha contro le miglia della Tabula e un fiume che, nei secoli, cambiò foce.Le tre tesi stanno in piedi per la stessa ragione per cui nessuna sta in piedi da sola. Gli antichi scrivevano poco. I fiumi si spostavano molto. E i romagnoli non dimenticano mai. Il verdetto.Non c’è. Lo studio moderno dice che tra l’Uso e il Pisciatello si stendeva una zona chiamata Rubico, e che i corsi d’acqua che vi confluivano potevano portarne tutti il nome.Duemila anni di liti per un fiume che era plurale.Qualcuno ebbe l’idea più saggia: dare a ciascuno il suo titolo. Rubicone di Cesena, Rubicone di Savignano, Rubicone di Rimini. Nessuno la accettò.In Romagna si può perdere una guerra. Non una lapide. Se ti piacciono le STORIE di ROMAGNA, segui la nostra pagina STORIE di ROMAGNA