
I giudici avevano proposto alle parti di trovare un accordo. La donna innamorata sparì nel 2014: Alabi sconta 25 anni, corpo mai trovato La Diocesi di Arezzo Cortona Sansepolcro si rifiuta di pagare i danni causati da padre Graziano.
E’ andato a vuoto l’invito della Corte d’appello di Firenze a trovare un accordo economico tra l’istituzione ecclesiastica ed i familiari di Guerrina Piscaglia, la donna scomparsa l’1 maggio 2014 a Cà Raffaello nel comune di Badia Tedalda. Uccisa dal vice parroco Gratien Alabi – ha stabilito il processo – con il congolese che ha perso l’abito talare e sconta 25 anni di reclusione: omicidio e soppressione del corpo della donna, mai trovato. Un giallo italiano che ogni tanto riemerge dalla cronaca nera e giudiziaria. Nulla di fatto, ieri, nell’udienza cartolare davanti ai giudici fiorentini che poteva segnare una svolta, in realtà clamorosa, nel braccio di ferro in corso scattato dopo la condanna definitiva sancita dalla Cassazione il 20 febbraio 2019.
Il marito di Guerrina, Mirko, 57 anni, ed il figlio della coppia, Lorenzo, 35, attraverso gli avvocati Nicola Detti e Francesca Faggiotto insistono affinché la Diocesi intervenga per riparare alla grave perdita causata dal religioso inviato a fare il pastore di anime nella località dell’Alta Val Marecchia, dove invece avrebbe soppresso la parrocchiana. L’azione legale dei familiari poggia su questi aspetti: il rapporto di responsabilità pari a quello del datore di lavoro rispetto al dipendente; la mancata vigilanza del prete; il fatto di non essere intervenuti con il trasferimento, se non in modo tardivo, nonostante fosse nota almeno in parte una situazione delicata con protagonista il sacerdote.
Accadde che Guerrina Piscaglia, donna fragile, 49 anni, figlio disabile, si innamorò di Alabi: una relazione morbosa, non si sa quanto virtuale, che sarebbe degenerata nella paura da parte di padre Graziano di possibili ripercussioni di uno scandalo sulla sua carriera. Nessuna prova schiacciante raccolta, ma un cumulo solido di indizi, portò Gratien alla condanna. Lei che sparisce sulla via per la canonica, le infinite telefonate e messaggi che svaniscono all’improvviso, il depistaggio iniziato subito da parte del prete manovrando il cellulare di Guerrina (mai trovato) con ricerche di fatto solo abbozzate, poi i movimenti sospetti sul territorio ricostruiti con le celle telefoniche, le intercettazioni e altro: tutto materiale emerso dall’attività dei carabinieri di Arezzo e sfociato nel verdetto di condanna. Nonostante gli interrogativi rimasti aperti. Alabi non ha mai confessato né dato una versione credibile.
Il mistero di Guerrina è rimasto pertanto tale e il mancato ritrovamento del corpo dà fiato a ipotesi di ogni tipo. Sul piano civile, essendo il religioso nullatenente, non c’è stato ristoro economico per la famiglia: né per gli Alessandrini di Cà Raffaello, né per i Piscaglia di Novafeltria. Le azioni civili volte a ottenere risarcimento dalla Chiesa sono due e probabilmente verranno riunite in appello. A sostenere le ragioni della Diocesi è lo studio legale Scognamiglio di Roma e il presupposto alla base del no ad un versamento economico, ritenuto inopportuno, è che la Chiesa non può rispondere delle mancanze dei suoi ministri quando queste sono riconducibili a loro personali ed esclusive determinazioni, scelte, errori. La causa in atto non ha precedenti. Gli avvocati della famiglia Alessandrini avevano chiesto come proposta transattiva una cifra intorno al mezzo milione di euro per chiudere la causa. Con un ribasso del 30 per cento sulla cifra originaria della citazione che è andata a infrangersi sul giudice di Arezzo, Fabrizio Pieschi. La proposta messa sul piatto dell’appello è stata asseverata dal giudice tutelare che segue marito e figlio della Piscaglia.
Uccisa dal prete, famiglia rilancia richiesta danni alla Diocesi. Dodici anni senza tomba e senza certificato di mortePrimo maggio: nuovo anniversario tra i misteri nel caso di Guerrina Piscaglia a Cà Raffaello. Udienza a giugno
Ora, dopo il no di ieri della Diocesi alla proposta dei giudici di arrivare ad un punto di caduta condiviso, la sfida giudiziaria riparte sul binario ordinario: sarà fissata una nuova udienza. A questo processo era chiamato in causa all’inizio anche l’ordine religioso di appartenenza di padre Graziano, i Premostratensi, ora non più. Fino ad oggi sempre contumace, Gratien Alabi, 58 anni, rinchiuso nel carcere di Rebibbia, sulla clessidra vede scorrere il tempo verso semilibertà e libertà.
Fonte: corrierediarezzo.it