BALZE: 17 LUGLIO 1911, FESTA DELL’ APPARIZIONE

VERGHERETO – Mi ritrovo tra le mani, caduto dalle pagine di un vecchio libro comperato anni fa in una bancarella, un articolo intitolato «Da Bulcianella alle Balze, a piedi con Giovanni Papini», scritto da don Adamo Fatti: è un ritaglio senza data né titolo della rivista ove è comparso.

Gli getto un’occhiata distratta. Leggo: «Era il 16 luglio del 1911, domenica. Il giorno appresso, lunedì 17, alle Balze gran festa per l’anniversario della Apparizione della Madonna. A desinare Papini dice: “Andiamo anche noi?”. Risposi: “Allora bisogna partire questa sera e per tempo”».
Mi sorprende la coincidenza: proprio ieri l’altro, domenica 17 luglio, a Balze si è celebrato l’evento originario e fondante del paese, la Festa dell’Apparizione, fissata ritualmente il 17 luglio di ogni anno, molto sentita e frequentata. Ci sono andato molte volte: è il paese delle mie origini e di vacanze povere e felici. Ma domenica non ho potuto: e allora, come si fa con sassolini, fiori o frutti che si lasciano accanto alle edicole e maestà, lascio queste righe per devozione e affetto. I due, coetanei, s’erano conosciuti quando l’uno (1882-1960) fu parroco a Bulcianella (1908-1918) nell’alta valle del Tevere, parrocchia ove era il colle di Bulciano su cui l’altro (1881-1956), scrittore famoso, inquieto, polemico, aveva costruito casa e preso moglie, ed avevano mantenuto nel tempo una “cordiale intesa di un’ottima amicizia” anche quando don Adamo fu nominato arciprete a Selvapiana, nell’alta valle del Savio. Che, scrive di quella gita, forse dopo la morte dell’amico.
«Pochi preparativi e partenza, io e lui soli. La prima tappa dopo circa mezz’ora fu al Molino di Bulciano. Quella mugnaia cordialissima ci preparò un secondo caffè. “Andiamo alle Balze: che ne dite mugnaia?”; “La via è lunga e molto brutta in salita, ma prima di sera giungerete certamente: che non vi si faccia buio su quei scatafossi, per carità!”. Coraggio, e, via. Camminavamo quasi in silenzio».
Seguivano la strada provinciale n. 23 Pieve S. Stefano-Bagno di Romagna, iniziata a costruire nel 1888 e che, al momento, da quel versante giungeva fino a Montecoronaro (ne racconto la storia sul numero 5 di “Alpe Appennina”, di prossima uscita).
«Fino a Valsavignone, Montenero e Piantrebbio – scrive don Adamo – le cose andarono liscie. A Piantrebbio voltammo sulla nostra destra, decisi di dare l’assalto alla boscosa e sassosa salita verso le Balze, scansammo i casolari Guizzareto, Affrica, Canocio e altri; e sempre su piano piano, tra un sasso e l’altro, tra un bosco e un altro. (…) Prima dell’Avemmaria, eravamo in chiesa alle Balze, più bisognosi lì per lì di un sedile che della cena. In chiesa i balzerani, per lo più uomini anziani e barbuti, cantavano i vespri della domenica. Le note del canto erano bene scolpite e martellate».
L’indomani di buon ora si recarono alle sorgenti del Tevere per viottoli impraticabili. «Il ritorno alle Balze fu più facile. La messa cantata era quasi alla fine. I camini delle case mandavano fuori un pennacchio di fumo sbiancato e da diverse porte usciva odor di cucina. Come era poetica la vita alle Balze tanti anni fa! Ora strade, automobili, alberghi, persiane alle finestre, le antiche Balze sono completamente trasformate. Assistemmo alla processione del pomeriggio. Quanta gente, quanto clero; quanto folklore! I canti stessi sembravano avessero il sapore di quelle cime di monti. Erano canti tra il sacro e la lieta armonia dei canti popolari, usati tanto facilmente dai pastori su queste cime che, o verdi o scogliose, sono sempre imponenti. Si riprese la via di casa. A giorno eravamo a Bulcianella».