CAMBIAMO ARIA: NELLE CITTÀ ITALIANE L’INQUINAMENTO RESTA UNA GRAVE MINACCIA

CAMBIAMO ARIA: NELLE CITTÀ ITALIANE L’INQUINAMENTO RESTA UNA GRAVE MINACCIA PER LA SALUTEI dati dei primi sei mesi del 2026 confermano le criticità già emerse nel 2025. ISDE Italia: «Non possiamo aspettare il 2030. Servono subito politiche strutturali per ridurre le emissioni e l’esposizione della popolazione»Arezzo, 16 luglio 2026 

Nelle città italiane, polveri sottili, biossido di azoto e ozono continuano a raggiungere concentrazioni incompatibili con un’adeguata tutela della salute. I dati aggiornati alla fine di giugno 2026 del progetto nazionale “CAMBIAMO ARIA. Salute e inquinamento atmosferico nelle città italiane” confermano e rafforzano il quadro preoccupante già documentato nel corso del 2025.Il progetto, promosso da ISDE Italia – Associazione Medici per l’Ambiente in collaborazione con l’Osservatorio Mobilità Urbana Sostenibile di Kyoto Club e la Clean Cities Campaign, raccoglie i dati ufficiali delle reti regionali ARPA e APPA e confronta le concentrazioni degli inquinanti con tre livelli di riferimento:la normativa italiana attualmente vigente;i limiti più restrittivi stabiliti dalla Direttiva europea 2024/2881, applicabili dal 2030;i valori raccomandati dalle Linee guida 2021 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.Il monitoraggio riguarda stazioni di traffico e di fondo collocate in 27 città italiane e consente di valutare non soltanto il rispetto formale delle norme vigenti, ma soprattutto la distanza che ancora separa le città italiane dai livelli raccomandati per proteggere la salute.PM10: in alcune città già superati i limiti annuali attualiAlla fine di giugno 2026, alcune stazioni, a Milano, Verona, Vicenza e Modena, avevano già raggiunto o superato il numero massimo di 35 giornate con concentrazioni di PM10 superiori a 50 microgrammi per metro cubo consentito dalla normativa vigente per l’intero anno.Criticità particolarmente significative sono state osservate anche a Torino, Venezia, Padova, Vicenza, Parma, Brescia, Bergamo e Bologna. In alcuni casi, il confronto con lo stesso periodo del 2025 mostra persino un aumento delle giornate caratterizzate da elevate concentrazioni di particolato.Considerando il futuro valore europeo di 45 microgrammi per metro cubo, con un massimo di 18 superamenti annuali, risultavano già oltre il limite 13 delle 27 città monitorate. PM2,5: nessuna città rispetta pienamente i valori indicati dall’OMSLa situazione più diffusa e preoccupante riguarda il PM2,5, il particolato fine capace di penetrare profondamente nell’apparato respiratorio e di raggiungere il sistema cardiovascolare.La soglia giornaliera di 25 microgrammi per metro cubo, che la nuova Direttiva europea consentirà di superare per non più di 18 giorni all’anno dal 2030, è stata oltrepassata 52 volte nella stazione Padova-Mandria, 50 volte a Milano-Marche, 49 a Milano-Pascal Città Studi e 48 nelle stazioni Torino-Rebaudengo e Torino-Rubino.In aggiunta, rispetto alla più cautelativa soglia giornaliera dell’OMS, pari a 15 microgrammi per metro cubo, Torino-Rebaudengo aveva già registrato 104 giornate di superamento, Verona-Giarol Grande 98, Padova-Mandria 90 e Milano-Marche 87.Nel quadro riepilogativo del progetto, nessuna città risulta pienamente conforme alle raccomandazioni sanitarie dell’OMS per il PM2,5. Biossido di azoto: traffico stradale e città portuali tra le principali criticitàPer il biossido di azoto, strettamente associato alla combustione e in particolare alle emissioni del traffico, le concentrazioni più elevate si registrano soprattutto nelle stazioni poste lungo le strade maggiormente percorse.Palermo-Di Blasi ha contato 78 giornate oltre il futuro limite europeo di 50 microgrammi per metro cubo, Genova-Via Buozzi 58, Napoli-Ente Ferrovie 50 e Genova-Corso Europa 41.Si tratta in diversi casi di città portuali, nelle quali alle emissioni del traffico stradale possono sommarsi quelle prodotte dalle attività marittime e portuali. Situazioni rilevanti sono state riscontrate anche a Torino, Catania, Milano, Firenze e Trento. Ozono: superamenti già prima della fase più calda dell’estateL’arrivo della stagione estiva rende particolarmente importante il monitoraggio dell’ozono troposferico, inquinante secondario la cui formazione è favorita dalle alte temperature e dall’intenso irraggiamento solare.Alla fine di giugno Torino-Lingotto aveva già registrato 24 giornate oltre il valore di 120 microgrammi per metro cubo, Bergamo-Meucci 21, Torino-Rubino. Modena-Parco Ferrari e Vicenza-Quartiere Italia 20.Queste stazioni avevano quindi già superato, nel primo dei mesi tradizionalmente più caldi, il massimo di 18 giornate che sarà consentito dalla normativa europea dal 2030. Le criticità del 2026 confermano l’emergenza rilevata nel 2025I risultati dei primi sei mesi del 2026 confermano la situazione già fortemente critica emersa dai dati definitivi del 2025, l’esposizione cronica della popolazione urbana era risultata ancora elevata e largamente distante sia dai nuovi limiti europei sia dalle indicazioni dell’OMS.Il confronto con il primo semestre 2025 mostra nel 2026 alcuni miglioramenti. Aumentano infatti i casi collocati nelle fasce gialla (superamento solo dei valori raccomandati dall’OMS o verde con nessun superamento), mentre si riducono al momento alcune situazioni di superamento della normativa vigente, da verificare nella seconda parte dell’anno.Il quadro resta complessivamente preoccupante. Il PM2,5 continua a superare diffusamente i valori indicati dalla nuova Direttiva europea e il biossido di azoto mantiene livelli elevati in numerosi centri urbani. Torino, Milano e diverse città della Pianura Padana restano tra le situazioni più problematiche. Servono comunque interventi strutturali e continuativi su traffico, riscaldamento, attività produttive e pianificazione urbana.

L’inquinamento atmosferico è un problema sanitario, non soltanto ambientaleISDE Italia ricorda che l’inquinamento atmosferico rappresenta uno dei principali fattori di rischio ambientale per la popolazione.La letteratura scientifica internazionale documenta l’associazione tra l’esposizione agli inquinanti atmosferici e l’aumento della mortalità prematura, delle malattie cardiovascolari, respiratorie, oncologiche, metaboliche e neurologiche. Sono inoltre documentati effetti negativi sulla salute riproduttiva, sullo sviluppo cerebrale e cognitivo dei bambini e, più in generale, sulla salute di tutti gli organi e apparati.Il PM2,5 è particolarmente pericoloso perché, grazie alle ridotte dimensioni delle particelle, può raggiungere le zone più profonde dei polmoni, entrare nel circolo sanguigno e superare anche la barriera emato-encefalica, con effetti negativi su vari organi interni.Le stime elaborate nell’ambito del progetto “Cambiamo Aria”, utilizzando dati ambientali delle ARPA, dati demografici e di mortalità ISTAT e metodologie coerenti con le Linee guida dell’OMS e dell’Istituto Superiore di Sanità, mostrano con chiarezza la dimensione sanitaria del problema.Considerando i livelli di inquinamento registrati nel 2025 e una popolazione di oltre 8 milioni di residenti con almeno 30 anni nelle 27 città monitorate, sono stati stimati [vedi rapporto Cambiamo Aria 2025] 6.731 decessi per malattie attribuibili all’esposizione al PM2,5, con un intervallo di incertezza compreso tra 5.048 e 7.572 decessi. Questo carico rappresenta circa l’8% di tutta la mortalità per cause non traumatiche nella popolazione adulta delle città considerate.L’impatto non è uniforme sul territorio. La quota di mortalità attribuibile al PM2,5 è stata stimata pari al 14% a Milano, al 12% a Torino e Padova, all’11% a Vicenza e Brescia e al 10% a Venezia, Verona, Parma e Modena. Anche nelle città con un’incidenza percentuale più bassa, il numero assoluto dei decessi attribuibili resta rilevante: in molte realtà si contano centinaia di morti premature e, nel caso di Roma, oltre mille.Al carico di mortalità, si aggiungono infatti nuovi casi di malattia, aggravamenti di patologie croniche, ricoveri ospedalieri, disabilità, perdita di qualità della vita e rilevanti costi sanitari e sociali.Le conseguenze sono particolarmente gravi per i soggetti più vulnerabili: bambini, anziani, donne in gravidanza, persone affette da patologie croniche e popolazioni che vivono in condizioni sociali ed economiche svantaggiate o in prossimità delle principali sorgenti emissive. Non aspettare il 2030L’adozione della Direttiva europea 2024/2881 conferma quanto la comunità scientifica sostiene da tempo: gli attuali limiti normativi non garantiscono ancora un livello adeguato di protezione della salute.Entro il 2030 dovranno essere raggiunte concentrazioni significativamente inferiori di PM10, PM2,5 e biossido di azoto. Tuttavia, considerare il 2030 soltanto come una scadenza amministrativa significherebbe rinviare ancora la tutela delle persone che oggi vivono, lavorano e studiano nelle città italiane.I cittadini di oggi hanno lo stesso diritto dei cittadini del 2030 a respirare un’aria che non li faccia ammalare.Per questo ISDE Italia chiede che ogni aggiornamento dei Piani regionali e locali per la qualità dell’aria sia valutato non soltanto rispetto agli obblighi attualmente vigenti, ma anche rispetto alla sua concreta capacità di accompagnare i territori verso i nuovi obiettivi europei e, progressivamente, verso i valori raccomandati dall’OMS. L’appello di ISDE Italia – Associazione Medici per l’Ambiente«I dati del progetto Cambiamo Aria dimostrano che nessuna delle città monitorate può considerarsi completamente al riparo dai rischi sanitari connessi all’inquinamento atmosferico. In numerosi territori, già nei primi sei mesi del 2026, sono stati raggiunti o superati livelli che la normativa europea consentirà nell’intero anno a partire dal 2030.Non è più sufficiente intervenire soltanto durante le fasi emergenziali o affidarsi a misure temporanee. Sono necessarie politiche strutturali, coordinate e verificabili, capaci di ridurre stabilmente le emissioni alla fonte e l’esposizione della popolazione.Inquinamento atmosferico, crisi climatica e ondate di calore non sono emergenze separate, ma manifestazioni della stessa crisi ambientale. La riduzione dell’uso dei combustibili fossili e il ripensamento di come il territorio è sfruttato rappresentano quindi una misura capace di produrre contemporaneamente benefici per la qualità dell’aria, per il clima e per la salute pubblica.Proteggere la qualità dell’aria significa prevenire malattie e morti premature, ridurre le disuguaglianze sanitarie e migliorare la qualità della vita nelle città. La tutela della salute deve diventare il criterio guida di ogni scelta pubblica».