I fatti di Bronte

La mattina del 10 agosto 1860, mentre la Sicilia garibaldina celebrava una rivoluzione che prometteva libertà e cambiamento, a Bronte cinque uomini venivano messi davanti a un plotone d’esecuzione, uno di loro, Nunzio Ciraldo detto Fraiunco, considerato dalle testimonianze un povero disgraziato con gravi problemi mentali, sopravvisse alla prima scarica, per qualche secondo dovette credere che il destino avesse deciso di risparmiarlo, venne invece finito con un altro colpo.

Per capire come si arrivò a quell’alba bisogna partire dalla terra, perché a Bronte la terra non era soltanto ricchezza, era memoria, potere e rancore. Una parte enorme del territorio apparteneva alla Ducea di Nelson, nata nel 1799, quando Ferdinando IV di Borbone ricompensò l’ammiraglio Horatio Nelson per il sostegno dato alla monarchia durante la rivoluzione napoletana, concedendogli il titolo di duca di Bronte e un vastissimo patrimonio imperniato sull’antica abbazia di Maniace. Nacque così, ai piedi dell’Etna, qualcosa che doveva apparire piuttosto singolare ai contadini siciliani, una specie di piccola colonia aristocratica britannica, con amministratori, tecnici e famiglie inglesi che per generazioni vissero fra Bronte e Maniace, molte sono le famiglie legate alla Ducea, ancora oggi in Sicilia sono numerosi i discendenti di quella piccola comunità britannica, ormai siciliani da generazioni. Nel 1860, però, essere inglesi a Bronte significava qualcosa di più.
I rapporti tra Garibaldi e il mondo britannico erano strettissimi, Garibaldi godeva in Gran Bretagna di una popolarità straordinaria, circoli liberali raccoglievano denaro per la causa italiana, volontari e sostenitori britannici partecipavano materialmente al movimento garibaldino, Londra guardava con evidente favore alla crisi del Regno delle Due Sicilie e alla formazione di un’Italia capace di modificare gli equilibri mediterranei.Durante lo sbarco dei Mille a Marsala erano presenti anche le navi britanniche Argus e Intrepid, probabilmente con l’ordine di proteggere militarmente Garibaldi, esistono pochi dubbi sul fatto che l’ambiente politico e l’opinione pubblica inglese rappresentassero per lui un sostegno preziosissimo.
Garibaldi poteva permettersi molte cose, difficilmente poteva permettersi che la sua rivoluzione devastasse proprietà britanniche, ancora meno che una rivolta contadina trasformasse l’occupazione delle terre in una vera alienazione dei beni della Ducea Nelson.

Qui la faccenda di Bronte diventa politicamente assai più interessante.
I contadini avevano interpretato i decreti garibaldini sulle terre demaniali come l’annuncio che finalmente qualcosa sarebbe cambiato, dietro quella speranza stavano secoli di controversie, usi civici, proprietà contestate, fame di terra e rancori contro i galantuomini. La rivoluzione nazionale e quella sociale, però, erano due cose diverse, anche se ai poveri nessuno aveva avuto la premura di spiegarlo bene.

Tra il 2 e il 5 agosto Bronte esplose.
Case incendiate, saccheggi, vendette, circa sedici morti, proprietari, funzionari, notabili e loro familiari, la rivolta contadina si trasformò in una sanguinosa resa dei conti. Garibaldi non poteva tollerarlo, sia perché aveva bisogno di ordine nelle retrovie mentre preparava il passaggio sul continente, sia perché Bronte non era un paese qualsiasi, lì esistevano interessi britannici che era politicamente impensabile lasciare alla mercé di una rivoluzione agraria.

Arrivò spedito d’urgenza da Garibaldi Nino Bixio.
Quando giunse il peggio della sommossa era già passato, la repressione fu comunque rapidissima, venne istituita una commissione di guerra, il processo durò pochissimo, la difesa ebbe possibilità ridottissime e cinque uomini furono condannati a morte: Nicolò Lombardo, Nunzio Longhitano, Nunzio Spitaleri, Nunzio Samperi e Nunzio Ciraldo Fraiunco. Il caso di Lombardo rimane il più inquietante, avvocato, figura autorevole del paese e sostenitore delle rivendicazioni popolari, secondo diverse testimonianze aveva cercato di frenare gli eccidi, finì invece davanti al plotone come uno dei responsabili della rivolta. Poi c’era il povero Fraiunco, l’uomo che probabilmente comprendeva meno di tutti il grande gioco politico nel quale era precipitato.

All’alba del 10 agosto i cinque furono fucilati. La scarica partì, quattro caddero, Fraiunco rimase vivo.

Le ricostruzioni successive raccontano che venne finito immediatamente con un colpo d’arma da fuoco, alcune attribuiscono quel gesto allo stesso Bixio, altre a un ufficiale, su questo particolare la certezza storica manca, sul morto, invece, purtroppo no. Bronte resta una macchia difficile da cancellare dalla leggenda dei Mille, non perché gli insorti fossero innocenti, avevano commesso delitti feroci, ma perché mostra il punto preciso nel quale la rivoluzione cambiò voce, ai contadini che chiedevano la terra rispose con i soldati, davanti agli interessi dei proprietari ristabilì l’ordine, davanti agli interessi britannici non poteva certamente permettersi equivoci. La Sicilia aveva accolto Garibaldi credendo che stesse arrivando una rivoluzione, scoprì presto che stava arrivando soprattutto uno Stato.

A Bronte lo capirono all’alba del 10 agosto 1860, davanti a cinque uomini e a un plotone che, con Fraiunco, dovette sparare due volte.

Fonti: Treccani – “Viva la libertà! La rivolta di Bronte e il Risorgimento contestato”; SIUSA – Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche