
Le scarpe non erano di cartone ma il problema era peggiore Gennaio 1943. Steppa del Don, a ovest del fiume. Una colonna di alpini cammina nella neve da giorni, di notte e di giorno, senza un tetto. Uno di loro si ferma, si siede e si slaccia uno scarpone. Il piede è gonfio, bianco, non lo sente così più.
Quando prova a rimetterlo lo scarpone non entra. Quell’alpino non ha un nome.Non è una persona sola. È quello che raccontano insieme i documenti e i reduci di quell’inverno. E prima della fine torneremo da lui. Da 80 anni in Italia questa scena si racconta sempre allo stesso modo. Gli alpini in Russia avevano le scarpe di cartone. Lo hanno detto i nonni a tavola. Lo hanno ripetuto i giornali.Lo si sente dire ancora oggi. Ma non è vero. Le scarpe non erano di cartone. E il problema era peggiore. Perché il cartone sarebbe stato un imbroglio, una truffa di qualche fornitore. Quello che successe davvero, invece, era scritto nero su bianco nei documenti dell’esercito. Un anno prima della ritirata. Per capirlo dobbiamo guardare un det- taglio che sta sotto il piede.I chiodi. Partiamo dal mito. Un uomo che in Russia c’era e che di quelle scarpe ne ha consumate lo ha liquidato con una frase sola. Si chiamava Carlo Vicentini, classe 1917, sottotenente nel battaglione alpini Sciatori Monte Cervino. Catturato dai sovietici il 19 gennaio del 1943 tornò dalla prigionia e anni dopo fu presidente nazionale dell’associazione dei reduci di Russia.Nel 2010, in un’intervista pubblicata dal sito 120º, disse così: “Il cartone è la retorica. Le scarpe erano di cuoio, cuoio vero, con un difetto che Vicentini spiega meglio di chiunque altro. Era cuoio conciato per fare la guerra in Italia, non in Russia”. E qui c’è il motivo per cui il mito è sembrato credibile a tutti.Erano gli anni dell’autarchia, quando l’Italia cercava di fare a meno delle materie prime straniere e molti prodotti erano davvero fatti con dei surrogati. Che anche le scarpe dei soldati lo fossero sembrava naturale. Vicentini, però, non ci crede. Non pensa che sia stato usato cuoio autarchico e dice una cosa più semplice e più onesta: “C’era il cuoio buono e c’era quello meno buono.Lo scarpone dell’esercito, il modello del 1937, aveva la tomaia in cuoio ingrassato e la suola in legno e cuoio. Per la fanteria la chiodatura era leggera. Per gli alpini c’era un modello apposta con la chiodatura da montagna, file di chiodi di ferro piantati nella suola per far presa sulla roccia e sul ghiaccio delle Alpi”.Vicentini aggiunge un particolare che dice molto. Erano scarpe della stessa famiglia di quelle con cui l’Italia aveva combattuto la Prima Guerra Mondiale e ricorda che a lui, allievo ufficiale, prima di partire per la Russia consegnarono scarponi normali e per quelli degli alpini usa un’espressione che rende l’idea erano quello che oggi chiameremmo un carro armato una scarpa pensata per una montagna insomma e questo per gli alpini sembrava perfetto perché gli alpini in Russia dovevano andare proprio in montagna nell’estate del 1942 il corpo d’armata