
ROMA – IL 2030 DEVE ESSERE UNA TAPPA, NON IL PUNTO DI ARRIVO» Laura Reali, Giunta nazionale ISDE: «Non basta contare i superamenti delle centraline: dobbiamo sapere quante persone respirano aria inquinata, quanto sono esposte e quanto stiamo riducendo questa esposizione».
Presentato anche un contributo con proposte di modifica al decreto, elaborato in collaborazione con Kyoto Club, Transport & Environment, Clean Cities, Cittadini per l’Aria e Torino Respira. Rafforzare il recepimento della nuova direttiva europea sulla qualità dell’aria mettendo al centro la salute, l’esposizione reale della popolazione e la tutela delle persone più vulnerabili. È quanto ha chiesto ISDE Italia – Associazione Medici per l’Ambiente nell’ambito dell’esame dell’Atto del Governo n. 435, lo schema di decreto legislativo che attua in Italia la direttiva (UE) 2024/2881 sulla qualità dell’aria ambiente. Nel suo intervento, Laura Reali, medico pediatra e componente della Giunta nazionale ISDE, ha sottolineato come il recepimento della direttiva non rappresenti soltanto un adempimento ambientale, ma debba essere considerato un vero e proprio intervento di prevenzione primaria. A confermare l’urgenza di rafforzare le politiche per l’aria sono anche i risultati del progetto nazionale ISDE “Cambiamo Aria”, che dal gennaio 2025 monitora la qualità dell’aria nelle principali città italiane. Il monitoraggio mostra come valori critici e livelli di esposizione rilevanti non riguardino soltanto la Pianura Padana, ma interessino numerosi contesti urbani del Paese. «Gli effetti dell’inquinamento atmosferico non sono soltanto respiratori e cardiovascolari – ha ricordato Reali –. L’inquinamento può interferire anche con lo sviluppo complessivo e neurologico del bambino. La vulnerabilità inizia già nella vita fetale, attraverso l’esposizione materna, e prosegue nell’infanzia e nell’adolescenza».
Misurare l’esposizione reale della popolazione
Tra le priorità indicate da ISDE vi è innanzitutto la necessità di superare una valutazione basata esclusivamente sul rispetto o sul superamento dei valori registrati dalle centraline. «Non basta sapere se una centralina supera un limite: occorre conoscere quante persone respirano aria nociva, per quanto tempo e come varia la loro esposizione», ha affermato Reali. Per questo ISDE chiede che gli indicatori di esposizione media (IEM) al PM2,5 e al biossido di azoto siano pubblici, comprensibili e confrontabili nel tempo e che le unità territoriali utilizzate per valutarli siano in grado di rappresentare anche le situazioni locali più critiche. Medie calcolate su territori troppo ampi, infatti, rischiano di nascondere condizioni molto differenti, in particolare negli agglomerati urbani e nelle aree industriali o portuali. Ambiente e sanità devono essere integrati Un altro punto centrale riguarda il rapporto tra politiche ambientali e politiche sanitarie. Secondo ISDE, i piani per la qualità dell’aria dovrebbero contenere una specifica sezione dedicata agli effetti sanitari dell’inquinamento e ai benefici attesi dalle misure di risanamento, con il coinvolgimento delle strutture competenti del Servizio sanitario nazionale. Particolare attenzione deve inoltre essere riservata alle persone maggiormente vulnerabili e ai luoghi che frequentano: scuole, servizi per l’infanzia, ospedali e strutture sanitarie e sociosanitarie, oltre ai quartieri caratterizzati dai maggiori livelli di esposizione.«L’inquinamento atmosferico è anche un fattore di disuguaglianza – ha sottolineato Reali – perché colpisce soprattutto chi vive, studia o lavora nelle aree più inquinate e ha minori possibilità di proteggersi».
Un contributo con proposte puntuali di modifica al decreto
Accanto all’intervento di ISDE è stato presentato un documento tecnico di proposte di modifica all’A.G. 435, elaborato come contributo in collaborazione con Kyoto Club, Transport & Environment, Clean Cities, Cittadini per l’Aria e Torino Respira. Il documento propone di rafforzare numerosi aspetti del decreto, a partire dalle tabelle di marcia per la qualità dell’aria, che dovrebbero diventare veri strumenti preventivi e verificabili, indicando per ogni intervento responsabili, risorse, tempi, risultati attesi e obiettivi intermedi, con una verifica almeno annuale dello stato di attuazione. Tra le altre proposte figurano una maggiore trasparenza degli indicatori di esposizione media; la possibilità di individuare unità territoriali sub-regionali quando la media regionale non rappresenta adeguatamente le situazioni più critiche; la misurazione contestuale di PM2,5 e NO₂ nelle stazioni utilizzate per gli IEM; una disciplina più rigorosa delle eventuali proroghe; l’inserimento della dimensione sanitaria nei piani di qualità dell’aria; maggiori garanzie per le popolazioni vulnerabili e risorse adeguate per reti di monitoraggio, modellistica e valutazione dell’esposizione.Il contributo chiede inoltre di rendere più stretto il collegamento tra qualità dell’aria e politiche della mobilità, prevedendo che PUMS e altri strumenti di pianificazione, nelle aree interessate da superamenti o dal rischio di superamento, indichino il contributo atteso delle misure alla riduzione delle emissioni, delle concentrazioni di PM2,5 e NO₂ e dell’esposizione della popolazione.
«I limiti del 2030 non possono essere il punto di arrivo»
ISDE ricorda infine che i nuovi valori limite europei da conseguire entro il 2030 rappresentano un importante avanzamento, ma non coincidono ancora con i livelli raccomandati dalle Linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità. «Il 2030 deve essere una tappa, non il punto di arrivo – ha affermato Laura Reali –. Il decreto deve orientare progressivamente le politiche nazionali e territoriali verso i valori dell’OMS». La domanda sulla quale, secondo ISDE, dovrebbe essere misurata l’efficacia delle nuove politiche resta quindi molto concreta: «Quante persone respirano aria inquinata, quanto sono esposte e quanto stiamo realmente riducendo questa esposizione?» «L’obiettivo finale – ha concluso Reali – non è soltanto migliorare i dati ambientali, ma ridurre il numero di persone, e soprattutto di bambini, che si ammalano a causa dell’aria che respirano».