L PASSATORE DELLA VALMARECCHIA: LA CONOSCI LA STORIA DI MARTIGNONE?

Tutti conoscono Stefano Pelloni, il Passatore, il brigante che tra Bologna, Forlì, Ravenna e Ferrara tenne in scacco gendarmi e austriaci a metà Ottocento, fino a diventare leggenda nei versi di Pascoli. Ma anche la Valmarecchia ha avuto il suo bandito, una figura altrettanto radicata nella memoria popolare: Martino Manzi, detto “Martignone”

.Non un brigante da strada nel senso classico, ma un minatore di Perticara, cresciuto nella durezza delle miniere di zolfo che per decenni hanno segnato l’economia e la vita sociale di questa zona. Un lavoro logorante, fatto di gallerie strette, aria irrespirabile e paghe da fame, che nell’Ottocento alimentava tra i minatori un forte fermento di idee sovversive e mazziniane, ostili alla monarchia sabauda.Martignone di quel malcontento diventò punto di riferimento, mettendosi alla testa di un gruppo di minatori insofferenti verso lo Stato e le sue forze dell’ordine.Fu un episodio marginale ad accendere la miccia. Il 15 settembre 1872, durante la fiera di San Donato, frazione di Sant’Agata Feltria, i carabinieri fermarono e perquisirono il fratello di Martignone, Giovanni, trovato in possesso di un coltello, e lo arrestarono. Davide, che dei due era fratello maggiore si mise in cerca di uomini e armi per liberarlo. Quella notte la vendetta si consumò in un agguato: una trentina di minatori, capeggiati da Martignone, tesero un’imboscata alle forze dell’ordine. Nello scontro caddero uccisi tre carabinieri della stazione di Sant’Agata. Tra i feriti anche lo stesso Giovanni Manzi, usato invano come scudo umano dal militare che lo teneva in custodia. Da quel momento Martignone divenne un uomo braccato, “uccello da rapina” come lo definisce la tradizione popolare, protetto dalla sua banda e da un’omertà diffusa tra la popolazione della valle, che lo temeva ma non lo tradiva. Per due mesi riuscì a darsi alla macchia, nascondendosi tra i boschi e i casolari dell’alta Valmarecchia, mentre sulla sua testa veniva messa una taglia di mille lire, una cifra enorme per l’epoca. La sua latitanza si chiuse però nel sangue, e per mano non dei carabinieri ma dei suoi stessi compagni: il 19 novembre 1872 fu ucciso in un’imboscata nel castagneto che da Piedimonte conduce a Tornano. Da allora la sua figura è rimasta sospesa tra due letture opposte, come spesso accade con i banditi entrati nella leggenda: da una parte il feroce assassino di tre uomini in divisa, dall’altra il ribelle nato dalla disperazione della vita in miniera e dall’insofferenza verso un potere statale percepito come oppressore. Una vicenda che per generazioni è stata tramandata nelle veglie contadine, nelle canzoni e negli scritti popolari di fine Ottocento, tanto da rimanere l’unica figura “criminosa” di quel secolo a essere sopravvissuta nella memoria collettiva dell’alta Valmarecchia.Bandito o ribelle sociale? Difficile dirlo con certezza, a più di 150 anni di distanza. Certo è che la sua storia, nata tra le gallerie di zolfo di Perticara e finita tragicamente in un castagneto, racconta più di tanti libri di storia la fatica e la rabbia di chi viveva ai margini di uno Stato appena nato