Sandro Salvadore, in una notte fu cacciato dalla Nazionale per due autogol

Sandro Salvadore — Il capitano che in una notte fu cacciato dalla Nazionale per due autogol troppo pesanti”Non ti chiamerò più in Nazionale”Il 26 febbraio 1969, Sandro Salvadore, 29 anni, indossava la fascia di capitano della Nazionale italiana al Santiago Bernabéu di Madrid. L’avversario era la Spagna.

A poco più di dieci minuti dalla fine, l’Italia era in vantaggio di due gol. Poi, il difensore centrale che era il cuore della retroguardia mise due volte il pallone nella propria porta. Il risultato finale fu 2-2. Quando il capitano tornò nello spogliatoio, le parole che il commissario tecnico Ferruccio Valcareggi gli rivolse non furono di consolazione, ma una vera e propria espulsione dalla Nazionale.L’uomo che per anni aveva sostenuto una delle difese più forti d’Italia scomparve dalla Nazionale in una sola notte. Anche chi conosce il nome di Salvadore raramente sa che la sua avventura in azzurro finì all’improvviso, a causa di due autogol.Il ragazzo che mandò a casa i bambiniSalvadore nacque il 29 novembre 1939 a Milano. Era un’epoca in cui la fine della guerra era ancora recente. Da ragazzo non frequentava campi in erba, ma un piccolo campo di periferia. Fu lì che, mentre giocava a pallone, lo notarono alcuni osservatori del Milan, che lo portarono nel settore giovanile del club.Nel 1958, a 18 anni, esordì in prima squadra. Il Milan di allora era pieno di campioni. Per un giovane difensore non era facile trovare spazio, ma Salvadore si costruì il proprio posto non con tackle vistosi, ma anticipando il pericolo e gestendo il pallone con calma. Nel 1958-59 vinse subito lo scudetto, e nel 1961-62 ne conquistò un altro.Ma la sua posizione al Milan non era al sicuro. Nel 1962 lasciò il club e passò alla Juventus. Non fu un trasferimento voluto solo da lui: fu parte di uno scambio per permettere al Milan di acquisire nuovi giocatori. Un ventitreenne che era diventato titolare nel club della sua città e aveva vinto due scudetti si trovò dalla parte di chi veniva ceduto.Si racconta che, quando seppe del trasferimento, Salvadore disse ai bambini del quartiere con cui giocava: “Oggi tornate a casa”. Un uomo che non mostrava le proprie emozioni in pubblico aveva bisogno di un momento da solo. Di quel giorno rimase solo quella breve frase.La fascia di capitano a TorinoA Torino non trovò solo accoglienza. Il club stava chiudendo il ciclo d’oro iniziato alla fine degli anni Cinquanta e doveva ricostruirsi. A Salvadore, arrivato dal Milan, non si chiedeva solo di difendere, ma anche di fare da ponte tra i veterani abituati a vincere e i giovani.Giocava come libero, dietro la linea difensiva, coprendo gli spazi lasciati dai compagni e impostando l’azione. Nei momenti di pericolo si gettava sul pallone, ma raramente si buttava in tackle inutilmente. Leggeva il gioco e dirigeva i compagni. Il club, che lo vedeva ogni settimana, gli affidò presto la fascia di capitano.Nel 1966-67 la Juventus vinse lo scudetto all’ultima giornata, superando l’Inter. Al centro c’era Salvadore. Quando lasciò il Milan aveva già due titoli, ma a Torino dovette riconquistare la fiducia da zero. Colui che era stato ceduto come “parte di uno scambio” era diventato il leader del club più importante d’Italia.Il suo legame con la Juventus non fu solo contrattuale. Salvadore trascorse gran parte della sua carriera in bianconero, con oltre quattrocento presenze ufficiali. Vinse altri due scudetti nel 1971-72 e nel 1972-73, alzando il trofeo da capitano. Non fu il Milan che lo aveva ceduto, ma la Juventus che lo aveva accolto a diventare la sua casa definitiva.La notte in cui divenne capitano campione d’EuropaEsordì in Nazionale nel 1960, a 20 anni. Visse due Mondiali, Cile 1962 e Inghilterra 1966, entrambi amari per l’Italia. Soprattutto nel 1966, quando la Nazionale perse 1-0 contro la Corea del Nord ed fu eliminata al primo turno. Al ritorno, i giocatori furono accolti da dure critiche all’aeroporto.Ma la Nazionale non lo mise da parte. Due anni dopo, agli Europei del 1968 giocati in casa, Salvadore era il capitano e leader della difesa. In semifinale contro l’Unione Sovietica, la partita finì 0-0 anche dopo i supplementari e l’Italia passò in finale per sorteggio. In finale contro la Jugoslavia finì 1-1, e due giorni dopo si rigiocò la partita.Nella ripetizione l’Italia vinse 2-0. Salvadore, nonostante un infortunio, guidò la difesa e ricevette la coppa davanti al pubblico di Roma. Era il primo titolo europeo della storia dell’Italia. Due anni dopo la sconfitta con la Corea del Nord, uno dei giocatori più criticati era diventato il capitano che portava il Paese sul tetto d’Europa.A quel punto aveva più di trenta presenze in azzurro ed era il simbolo dell’esperienza e della stabilità. L’anno successivo c’erano le qualificazioni al Mondiale del Messico. Per Salvadore, che stava per compiere 30 anni, la terza Coppa del Mondo sembrava a portata di mano.I dieci minuti del BernabéuMa a meno di un anno dal trionfo europeo, quella strada si chiuse.Il 26 febbraio 1969, contro la Spagna, l’Italia passò in vantaggio per 2-0 già nel primo tempo. Salvadore dirigeva la difesa come sempre. Ma nella ripresa, un cross spagnolo verso l’area colpì il suo piede e il pallone finì nella propria porta.C’era ancora un gol di vantaggio. Il capitano cercò di rimettere in piedi la partita. Ma nel finale, un altro intervento difensivo su un attacco spagnolo finì ancora una volta nella porta italiana. Due autogol in una sola partita. E con essi, un vantaggio di due reti svanito. Il risultato fu 2-2 e la partita finì così.Si racconta che nello spogliatoio Valcareggi gli disse che non l’avrebbe più convocato in Nazionale. Salvadore non protestò, non cercò di difendere il proprio posto. Chiuse la sua carriera in azzurro con 36 presenze. Il capitano che l’anno prima aveva alzato la coppa europea non indossò mai più la maglia azzurra.L’anno successivo, nel 1970, l’Italia arrivò fino alla finale del Mondiale messicano, perdendo contro il Brasile. La semifinale contro la Germania Ovest, finita 4-3 ai supplementari, fu definita “la partita del secolo”. Salvadore non c’era. Quei pochi minuti di errore gli erano costati la terza Coppa del Mondo.L’uomo che continuò a portare la fasciaAnche se cacciato dalla Nazionale, la Juventus non gli tolse la fascia di capitano. E Salvadore non lasciò il club. Tre anni dopo la notte del Bernabéu, nel 1972, la Juventus vinse lo scudetto. L’anno successivo lo rivinse, e lui scese in campo anche nella finale di Coppa dei Campioni, persa contro l’Ajax. Due autogol non avevano posto fine alla sua carriera.Nel 1974, a 34 anni, si ritirò. Aveva trascorso dodici stagioni alla Juventus. Non poté scegliere la fine della sua avventura in Nazionale, ma fino all’ultimo difese la retroguardia bianconera e trasmise la sua esperienza ai più giovani. Dopo il ritiro lavorò nel settore giovanile, lontano dalle scene.Il 4 gennaio 2007, Salvadore morì a 67 anni. Nella sua carriera restano cinque scudetti vinti tra Milan e Juventus e un titolo europeo da capitano dell’Italia. Eppure, ancora oggi, se si cerca il suo nome, si trova anche la storia dei due autogol in una sola partita.Le parole pronunciate nello spogliatoio del Bernabéu misero effettivamente fine alla sua carriera in Nazionale. Ma dopo quella notte i compagni della Juventus continuarono a passargli la fascia, e Salvadore vinse altri tre scudetti. Il commissario tecnico che non lo chiamò più, il club continuò a considerarlo il cuore della difesa per altri cinque anni. Quei due autogol non segnarono la fine del suo periodo migliore, ma dimostrarono che un singolo errore e il valore di un uomo non sono necessariamente la stessa cosa