Tina Merlin è stata la giornalista de l’Unità che, già a partire dal 1957 e con forza nel 1959-1961

Denunciò i pericoli della diga del Vajont e le ingiustizie subite dagli abitanti di Erto e Casso da parte della SAD Alle 22.39 del 9 ottobre 1963, una frana di 270 milioni di metri cubi di volume si stacca dal Monte Toc e in una ventina di secondi raggiunge l’invaso della diga del Vajont.

L’impatto solleva un’onda di 50 milioni di metri cubi di detriti, roccia, acqua e alberi, che in pochi minuti spazza via la valle sottostante, insieme alla vita di 1917 persone. I corpi di 400 di esse non verranno mai ritrovati. La tragedia del Vajont è ricordata come la più grande carneficina italiana in tempo di pace. Eppure, poteva essere evitata. In tanti avevano provato a dirlo. Tra loro c’era Tina Merlin, giornalista, nata il 19 agosto del 1926, esattamente 98 anni fa. Staffetta partigiana in gioventù, dalle colonne del quotidiano L’Unità Tina aveva raccontato le storie delle famiglie sottoposte a espropri e sfratti per far posto a un’opera che lo Stato considerava vitale, un vanto per l’Italia nel mondo. Nelle sue parole vi era l’altra faccia di questa realtà, che spesso i giornali, ieri come oggi, si rifiutano di raccontare: quella di chi viene schiacciato e costretto a rinunciare a tutto nel nome di un “bene” più grande e del profitto altrui. Per questo, la giornalista venne minacciata e dovette subire addirittura un processo. La sua storia testimonia come, in Italia, la tendenza ad intimidire i giornalisti, soprattutto quelli che indagano su realtà scomode, sia una realtà consolidata e di lungo corso.