
Il più grande paroliere della musica italiana cita, con ironia, una delle sue canzoni cult per definire la propria vita. Quella a cui si è ispirato scrivendo i testi per Battisti, Celentano, Cocciante… E che ora, a 89 anni, ripercorre nell’autobiografia Senza paura. «Ma non sono un nostalgico, anzi: sto qua a pensare a cosa farò domani»«Non sarà un’avventura» cantava il “suo” Lucio.
Ma la vita di Giulio Rapetti da Milano, per tutti Mogol, un’avventura lo è stata, eccome. Le parole erano sue e ironicamente ribaltavano il suo modo di stare al mondo. Una parabola che racconta ora in Senza paura (Salani), autobiografia che ripercorre 7 decenni di incontri, successi, viaggi, parole e, appunto, avventure. Tante avventure. E svela un’esistenza che, a 89 anni, non è ancora paga, perché «ogni mattina è come se nascessi un’altra volta».Anche oggi? «Sempre. Nel senso che non sento l’età che ho, capisce?».Un’avventura lunga una vitaDa dove si comincia a riordinare, a ricordare? «È difficile, perché la mia vita pullula di avventure. Ho voluto iniziare quand’ero giovane e praticamente non avevo il senso della paura: vivevo tutto. Basta dire che ho fatto il giro del mondo da solo. Un giorno parlavo con una ragazza che lavorava per la Japan Airlines e, scherzando, le ho detto: “Fammi un biglietto per il giro del mondo”. L’indomani m’è arrivato questo plico che sembrava la guida telefonica di Milano (ride, ndr). E sono partito».Ha sempre seguito quello che il destino le mandava? «Sì. Perché, sa, io partivo svantaggiato dal fatto che ero iperattivo. A scuola non ascoltavo mai quello che mi dicevano: guardavo le farfalle dietro la finestra, o le calze delle ragazze… Ho avuto per anni la sensazione di non essere intelligente come gli altri, di avere questa specie di disadattamento che però non mi dava nessuna sofferenza. Ma poi, man mano che la mia vita andava avanti, mi sono accorto che non era vero che non potevo essere intelligente, capire…».Scrive che l’immaginazione è stata la chiave per vincere questi blocchi. «Esatto. La mia vita, le dicevo, è sempre stata in funzione dell’avventura. Partire, andare, guardare, cercare, studiare. Il titolo del libro è la verità. Non avevo paura di niente. Ma non per coraggio: per incoscienza. Il che può anche essere molto pericoloso. Mi ricordo quando, in Australia, ho visto il mare calmo e mi sono buttato, senza sapere che mi sarei trovato in mezzo ai pescecani. Sono tornato a riva nuotando e pregando».Le canzoni di Mogol raccontano le vite di tutti noiLei ha preso questa sua vita avventurosa e l’ha messa al servizio delle canzoni, rendendola la vita di tutti noi. «Io non ho mai scritto canzoni, diciamo così, inventate: c’è sempre stata un’aderenza alla mia vita. Ho affidato tutto questo alla gente, e forse la gente l’ha capito».Ha riscritto il costume nazionale, difatti nel libro si definisce “figlio del pop”. «Il pop è la musica popolare, ed è quella che mi interessava. Non nego che, a furia di fare questo mestiere con passione e con costanza, qualche trucchetto “tecnico” finisci per apprenderlo e applicarlo. Però la chiave è sempre stata mettersi in ascolto della gente».Lucio Battisti, la nascita di un grande artistaE anche dei cantanti. Scrive che, quando ha incontrato Lucio Battisti, ha capito che avrebbe assistito di persona alla nascita di un grande artista. «Lucio è stato rivoluzionario. Ha seguito in Italia le orme di Bob Dylan, quel modo di cantare così vicino al parlato che da noi sembrava impossibile. E chi l’ha convinto? Sono stato io. Lui mi diceva: “Io non sono un cantante, sono un compositore”. Arrivava da me con la sua musica e ci cantava sopra in un finto inglese che però era così diretto, sentivo che c’era qualcosa… Cantare vuol dire interpretare le parole in modo credibile, e in lui c’era tutto questo. Perciò l’ho portato nella sala d’incisione della Ricordi e gli ho detto: “Adesso facciamo il primo disco”».Il resto, come si dice, è storia. Battisti ha anche proposto una «mascolinità atipica», come scrive nel libro. Un altro tratto in anticipo sui tempi. Anche lei si considera un maschio atipico? «Come tutti, la bellezza delle donne mi ha sempre colpito (sorride, ndr). Però sono un uomo che riflette continuamente. Sull’amore, sulla morte, sul destino, sulla religione. Anche sugli uomini e le donne. Ho sempre pensato che la mente delle donne sia più solida di quella di noi uomini, ed è una cosa che a tanti fa paura: si vede anche di fronte al terribile discorso dei femminicidi. La donna è sempre stata sottomessa dalla forza fisica maschile, io nel mio piccolo ho voluto raccontare che è sempre stata molto più forte di noi».Presente e futuro nella musicaCome vede la discografia di oggi? «Cosa le devo dire? Purtroppo non si vendono più i dischi, poveretti… E dico purtroppo perché una volta era più bello. Non sono un nostalgico: per me esistono solo il presente e il futuro. Ma penso anche che più si va avanti, più si peggiora. Una volta compravamo i vinili, li conservavamo come oggetti preziosi. Ora è tutto nell’aria, volatile, posticcio. Quante cose abbiamo perso…».C’è qualche cantante che le piace oggi? «A dir la verità, non ascolto più tanta musica, ma uno che mi piace è Simone Cristicchi. È molto bravo e, tornando al discorso di prima, è quello secondo me più credibile nell’interpretare le sue canzoni».In Senza paura confessa che la sua preferita, tra le sue composizioni, è Io vorrei… non vorrei… ma se vuoi. «Tra quelle per Lucio credo di sì. Ma forse il mio testo più bello è quello di Dormi amore, la canzone di Celentano che ho scritto per mia moglie (Daniela Gimmelli, ndr). Ho trent’anni più di lei e in quel brano parlo della morte. E poi c’è la musica di Gianni Bella, un altro grandissimo insieme a Battisti, Mango e Cocciante, con cui ho appena finito un nuovo progetto».Le nuove sfide nel futuro di MogolGuarda sempre al futuro… «Glielo dicevo! Con Riccardo abbiamo scritto un’opera bellissima su San Francesco, che ha avuto una vita incredibile. Era il ragazzo più intraprendente e pure più attraente di Assisi, anche se non era nemmeno tanto bello (ride, ndr). Però aveva un fascino enorme».Un altro “figlio del pop”, si direbbe. Ha qualche rimpianto, in questa vita così avventurosa? «No. Ho solo gratitudine per aver avuto tanta felicità. Per questo con mia moglie aiutiamo gli altri: perché mi sento in debito. E penso che fare del bene è una cosa che ti ritorna subito. Ma ho avuto anche tanta fortuna, anche se mia moglie si arrabbia quando lo dico. Lei sa quanti dischi ho venduto? Come si fa a non chiamarla fortuna… Ho avuto così tante soddisfazioni, per non dire di tutte le volte che l’ho scampata. Sarei dovuto morire 20 volte e invece sono ancora qua, a pensare a quello che farò domani».FOTO mogol con adriano celentano e la madre
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