Lavoro scomparso

I coppaî (tegolai) e fornaciai dei laterizi. (Impruneta, Valdarno, Pisana–Livornese, Valdelsa | tardo Medioevo – anni ’60 del Novecento) Per secoli i tetti toscani sono nati a mano. Dai coppaî uscivano coppi e tegole; dai fornaciai, mattoni e pianelle. Il mestiere è attestato dal tardo Medioevo e resta vitale fino al secondo dopoguerra (circa 1950–1965), quando presse e forni continui industriali lo spingono ai margini.


Il ciclo era una catena rapida. Si scavava l’argilla in cava o in golena, si impastava con acqua e “sabbia di fiume”, poi si formava il pezzo: il coppo veniva steso su una forma curva (“schiena d’asino”) e tagliato col filo; la tegola pressata nello stampo di legno. Seguivano essiccatoi a tettoia, dove si “giravano” i pezzi due o tre volte al giorno; quindi la cottura a legna nei forni a tiraggio naturale o nei Hoffmann ad anello, per 36–72 ore.

Le squadre erano famiglie: uomini a cava, impasto e forno; donne alla sgusciatura dei bordi, alla lisciatura, alla segnatura dei lotti; ragazzi ai cavalletti e ai giri di essiccazione. La paga era a cottimo (a mille pezzi), con premi per scarti bassi e cotture “a punto”. Si lavorava all’alba, d’estate anche la notte, quando l’argilla “tiene” meglio; d’inverno si riparavano stampi e si legavano fascine per il fuoco.
Tra Ottocento e primo Novecento fiorirono fornaci in Impruneta, Valdarno, Valdelsa, piana pisano–livornese: mattoni e tetti per poderi, ville, stalle, scuole. Durante le guerre (1915–1918; 1940–1945) si privilegiò il riuso e la ripresa di vecchie fornaci. Il declino arrivò rapido nel dopoguerra: presse a rullo, forni a tunnel, tegola “marsigliese” e poi cemento ridussero tempi e costi; le piccole fornaci a legna chiusero entro i primi anni ’60.
Oggi restano ciminiere spente, forni a cielo invasi dall’edera, stampi consumati e tetti antichi che raccontano una filiera corta: terra, acqua, sole e fuoco trasformati in casa.

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