
Il 28 aprile 1945 intorno alle 4 del pomeriggio Benito Mussolini – catturato nei giorni precedenti dalla 52ma Brigata Garibaldi Luigi Clerici a Dongo, piccolo comune sulla costa nord-occidentale del lago di Como – e Claretta Petacci vengono uccisi da un commando partigiano di cui fanno certamente parte Walter Audisio (il colonnello Valerio, unico dei tre a disporre di un mandato ad operare da parte del Comitato Nazionale di Liberazione Alta Italia ed ufficialmente esecutore materiale della sentenza di morte), Aldo Lampredi (Guido) e Michele Moretti (Pietro)
Fa freddo è una primavera incerta, il silenzio interrotto da passi guardinghi, la sensazione diffusa che tutto sia ormai deciso, anche se nessuno osa ancora dirlo ad alta voce. È l’ultima notte di Benito Mussolini. non più il Duce, anche se ha continuato a recitare quella parte fino all’ultimo. Dopo il 25 luglio 1943, dopo la prigionia e la liberazione tedesca, la Repubblica Sociale Italiana è stata soprattutto una finzione politica: uno Stato senza sovranità reale, retto dalla presenza militare tedesca e dalla speranza, sempre più flebile, di rovesciare le sorti della guerra. Nell’aprile del 1945 quella finzione si dissolve definitivamente. I tedeschi si ritirano, le città del Nord insorgono, i collegamenti saltano. Il potere, che per vent’anni era sembrato compatto e inevitabile, si sfalda in pochi giorni. L’ultima notte la trascorre a Giulino di Mezzegra, in una casa qualsiasi, lontana da palazzi e balconi. Accanto a lui c’è Claretta Petacci, che sceglie di non separarsi dal dittatore caduto. Anche questo è un dettaglio rivelatore. Nella fine del fascismo non c’è spazio per la coreografia del potere, ma solo per legami privati, fragili, umani. Mussolini appare stanco, chiuso, rassegnato. Secondo le testimonianze, parla poco. Non pronuncia discorsi, non tenta giustificazioni storiche. È come se avesse esaurito le parole insieme al regime. In quella notte non c’è traccia dell’uomo che aveva promesso un impero, che aveva riempito piazze e costruito consenso attraverso il mito della forza. C’è un uomo di sessantadue anni che ha visto crollare tutto ciò che aveva costruito. La sua parabola, se osservata da vicino, non è quella di un capo sconfitto in battaglia, ma di un potere che si dissolve per implosione. Il fascismo non muore in un ultimo scontro epico, ma in una fuga disordinata, tra strade secondarie e decisioni prese all’ultimo momento.
La mattina del 28 aprile la notte non ha portato consiglio, né speranza. Mussolini viene portato fuori dalla casa, verso il luogo dell’esecuzione. Non oppone resistenza. Muore come era vissuto negli ultimi mesi. Ai margini degli eventi, spettatore della propria fine. La rapidità dell’esecuzione e la violenza che seguirà sul corpo, esposto a Milano, rispondono a un’esigenza precisa. Chiudere definitivamente un’epoca. Non è vendetta cieca, ma neppure giustizia ordinata. È la conclusione brutale di una guerra civile, in cui i simboli contano quanto i fatti. Il corpo di Mussolini diventa il luogo su cui si scarica tutto ciò che il regime ha rappresentato. Di quella notte sul lago colpisce soprattutto la grandezza. Mussolini non muore da dittatore tragico, ma da uomo con i suoi buchi fatali di Roma ha perso il controllo della propria storia, per lui una tragedia annunciata.
Walter Audisio racconterà:
Sull’auto lo feci sedere a destra la Petacci si mise a sinistra. Io presi posto sul parafango in faccia a lui. Non volevo perderlo di vista un solo istante. La macchina iniziò la discesa lentamente. Io solo conoscevo il luogo prescelto e non appena arrivammo presso il cancello ordinai l’alt. Dissi di aver udito dei rumori sospetti e mi mossi a guardare lungo la strada per accertarmi che nessuno venisse verso di noi. Quando mi volsi la faccia di Mussolini era cambiata: portava i segni della paura (…) Feci scendere Mussolini dalla macchina e gli dissi di portarsi tra il muro ed il pilastro del cancello. Obbedì docile come un canetto. Non credeva ancora di morire: non si rendeva conto della realtà. Gli uomini come lui temono sempre la realtà, preferiscono ignorarla (…). Improvvisamente cominciai a leggere il testo della sentenza di condanna a morte del criminale di guerra Mussolini Benito. Per ordine del Comando Generale del Corpo Volontario della Libertà sono incaricato di rendere giustizia al popolo italiano. Credo che Mussolini non abbia nemmeno capito quelle parole: guardava con gli occhi sbarrati il mitra che puntavo su di lui (…) Faccio scattare il grilletto ma i colpi non partono. Il mitra si era inceppato. Manovro l’otturatore, ritento il tiro ma l’arma non spara. Passo il mitra a Guido, impugno la pistola: anche la pistola si inceppa. Passo a Guido la rivoltella, afferro il mitra per la canna, aspettandomi, malgrado tutto, una qualunque reazione. Ogni uomo normale avrebbe pensato di difendersi ma Mussolini era al di sotto di ogni uomo normale e continuava a balbettare, a tremare, immobile con la bocca semiaperta e le braccia penzoloni. Chiamo a voce alta il Commissario della 52ma che viene di corsa a portarmi il suo Mas. Adesso gli sono di fronte, come prima: egli non si è mosso, continua il suo balbettio di invocazione. Vuol salvare solo quel grosso corpo tremante. E su quel corpo scarico cinque colpi. Il criminale si afflosciò sulle ginocchia, appoggiato al muro, con la testa reclinata sul petto. Non era ancora morto, gli tirai una seconda raffica di quattro colpi. La Petacci (ndr la condanna, eseguita senza plotone, non includeva Claretta Petacci), fuori di sé, stordita, si mosse confusamente, fu colpita e cadde di quarto a terra. Mussolini respirava ancora e gli diressi, sempre col Mas, un ultimo colpo al cuore. L’autopsia constatò più tardi che l’ultima pallottola gli aveva troncato netto l’aorta. Erano le 16.10 del 28 aprile 1945. FINE
Il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia diramerà un comunicato in cui affermerà che “La fucilazione di Mussolini e complici, da esso ordinata, è la conclusione necessaria di una fase storica che lascia il nostro paese ancora coperto di macerie materiali e morali, è la conclusione di una lotta insurrezionale che segna per la Patria la premessa della rinascita e della ricostruzione. Il popolo italiano non potrebbe iniziare una vita libera e normale – che il fascismo per venti anni gli ha negato – se il Clnai non avesse tempestivamente dimostrato la sua ferrea decisione di saper fare suo un giudizio già pronunciato dalla storia”.
La salma di Mussolini sarà seppellita anonima nel cimitero Maggiore di Milano. Sebbene non vi fosse stato apposto alcun nome, proprio per evitare di far identificare il cadavere, ben presto la gente individuò il posto, che divenne meta di molti curiosi e di qualche commosso nostalgico. Nella notte tra il 22 aprile e il 23 aprile 1946, all’approssimarsi del primo anniversario della morte, la salma sarà trafugata. Nel valzer delle voci quella più fantasiosa sarà quella che secondo la quale Mussolini sarebbe addirittura risorto, complice anche il cadere della Pasqua il 21 aprile di quell’anno.
L’ipotesi della resurrezione sarà invalidata da due lettere a l’Avanti! e a l’Unità attraverso le quali i ‘rapitori’ comunicheranno che il partito fascista, non avendo ottenuto risposta alle richieste di una sepoltura di Mussolini, aveva deciso di prendere in custodia le mortali spoglie del duce.
Solo nell’agosto del 1946 si arriverà a una soluzione anche grazie all’interessamento di Alcide De Gasperi e del Papa (nell’imboscamento della salma erano coinvolti anche alcuni religiosi) ed il 30 agosto 1957, durante il governo Zoli, la salma di Mussolini, segretamente conservata nel convento dei Cappuccini di Cerro Maggiore, verrà riconsegnata alla vedova e i resti seppelliti nel cimitero monumentale di San Cassiano in Pennino, vicino a Predappio, dove tuttora si trovano. Da allora il “pellegrinaggio nero” a Predappio avrà un flusso abbastanza continuo che correrà in parallelo al fiorire del merchandising fascista.
Scriveva qualche tempo fa Wu Ming 1 in un lungo reportage:
A distanza di giorni io e Jadel avremo ancora l’impronta di questo cerchio alla testa, e i postumi di questa nausea. Bisogna andare a Predappio in una mattina infrasettimanale qualsiasi, sgombra da ricorrenze. Solo così si può capire non tanto la banalità del male, quanto il male della banalità (…) Viale Matteotti è deserto. Baretti tristi, con dentro un’umanità rarefatta e attempata, china sui gratta-e-vinci. Negozi senza un’anima viva, tranne i negozi dei souvenir fascisti. Lì devono esserci clienti sempre, se arrivano anche in un giorno così smorto. (…) Viale Matteotti. Chiamarlo così doveva essere un contrappasso, o almeno un contrappeso al fatto che qui tutto essudava Ventennio. E invece il contrappasso lo subisce Matteotti, poveretto, come lo subisce Gramsci, del cui nome si fregia una traversa. «Viale Matteotti» sulle borse di tela coi loghi dei negozi di ciarpame fascista, “Viale Matteotti” sui biglietti da visita, sulla carta intestata… Matteotti oltraggiato ogni istante di ogni ora d’ogni giorno. Jadel mi convince ed entriamo nel negozio Ferlandia (…) Affabile, la ragazza – “ragazza” come lo si è in Italia: in realtà ha trent’anni – circondata da adesivi con il grugno di Hitler, tazze con Hitler che saluta, ciondoli con la svastica, pagliaccetti per neonati con motti squadristi, album di rock band neonazi, “capsule compatibili Nespresso” con l’effigie del duce, e goliardia ovunque: “MORIREMO MA NON DI SETE”, “AMICI MIEI QUI SI TROMBA”… C’è una maglietta con la scritta “THOR MIT UNS”, ma il Thor raffigurato è quello della Marvel. Cuscini da sofà della X Mas. Ciabatte, ciabatte infradito con il motto “ME NE FREGO”, pantofole, ancora cuscini… I fascisti ostentano audacia, millantano il culto del vivere pericolosamente, ma il loro merchandising titilla il poltronismo, la voglia di comfort, di una vita piccolo-borghese e ciabattara, col pericolo contemplato a debita distanza. Memento audere semper, ma intanto facciamoci un po’ di coccole. C’è pure Hello Kitty in versione nazista.
Oggi il cimitero di Predappio sarà di nuovo pieno. Ci saranno saluti romani, croci celtiche e braccia tese. Ma davvero tutto ciò è ancora ammissibile?
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