
Ecco l’articolo di Antonio Massari che riassume tutto l’accaduto.“Era il febbraio 2019 e Matteo Renzi iniziava a ingolfare di carte bollate i tribunali. Annunciò che avrebbe cominciato dal “direttore di un quotidiano che è andato in televisione con la mia faccia sulla carta igienica: pagheranno caro e pagheranno tutto”. Sette anni dopo il bilancio della partita è 4-0 per il Fatto e per il suo direttore Marco Travaglio. L’ultima sentenza è dell’8 gennaio.
A Renzi non è andata come sperava, sin da quando, a Torino, fece salire sul palco il suo avvocato per firmare dinanzi al pubblico la prima querela. Un epilogo decisamente triste per chi (negli studi di Piazzapulita, La7) sosteneva: “Con le cause civili contro Travaglio conto di pagare tre o quattro rate del mutuo. La chiamerò villa Travaglio. Anzi no, porta un po’ sfiga”. Niente da fare, gli toccherà mettere mano al portafogli. E non a causa della sfiga, ma del codice.In occasione del suo 50esimo compleanno definì Travaglio il “fortunato che oggi, dopo averci diffamato, ci sfama: grazie Marco Travaglio, con quello che ci hai dato abbiamo pagato la giornata di oggi”. Offrì un pranzo a base di “pappa col pomodoro, ragù di cinta senese, il brunelleschiano peposo all’imprunetana, gelato tipico fiorentino”. S’è pagato da solo pure quello.C’è poi da aggiungere che, grazie alle cause e alle relative sentenze, ha fatto certificare che gli tocca “tollerare” la sua immagine impressa su un rotolo di carta igienica (posizionata sulla libreria di Travaglio mentre partecipava a un programma tv). E non solo perché trattasi di un gadget lecitamente in vendita: in quanto satirico, l’oggetto può suscitare “ilarità”, ma nessuna “idea peggiorativa o anche solo diversa” della sua “reputazione”. Renzi aveva chiesto 500 mila euro per i danni “morali, esistenziali, patrimoniali e non patrimoniali”. Ha invece dovuto accettare la prima lezione sulla satira e sulla democrazia. D’altronde, è anche sbagliando che s’impara. E comunque: “Pagheranno caro, pagheranno tutto”, annunciava, ma alla fine ha dovuto pagare tutto lui.Due giorni fa l’ennesima lezione arriva dalla Quarta sezione civile della Corte d’appello di Firenze. A firmare la sentenza le giudici Carla Santese, Giulia Conte e Ada Raffaella Mazzarelli. Sotto il profilo contabile, tanto caro a Renzi, segnaliamo che l’ex premier (dopo il pranzo per il suo 50esimo compleanno da noi anticipato) deve restituire al Fatto 98.021,65 più 5.564,41 di interessi legali per un totale di 103.586,06. Ai quali devono poi aggiungersi le spese legali per 122.088,36. E quindi, nel complesso, parliamo di 225.674,42.Poiché si trattava di una causa omnibus (comprensiva di tutte le sue doglianze), al netto di future iniziative, qui si chiude la partita. Nella summa citazione in questione lamentava una “diffamazione progressiva” attuata mediante la pubblicazione di “ben 700 editoriali e circa 600 rubriche denominate ‘Ma mi faccia il piacere’ in cui egli era sistematicamente appellato con epiteti offensivi e denigratori quali ‘Bullo’, ‘Cazzaro’, ‘Ducetto’, ‘mollusco’, ‘disperato’, ‘caso umano’, ‘mitomane’, ‘Stalker’, ‘Cozza’”. La difesa – affidata agli avvocati Caterina Malavenda e Gianluca Poli – ha replicato quel che i lettori del Fatto sanno bene: erano “critiche” di natura “politica”, che riguardavano il “merito delle sue scelte” sulla “riforma della Costituzione e della legge elettorale” o su “provvedimenti del tutto contrari alla linea editoriale del Fatto, come il Jobs Act, l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori” o “l’innalzamento delle soglie di non punibilità per molti reati di evasione e di frode fiscale” e “la personalizzazione del referendum costituzionale, fino all’impegno solenne (poi tradito) di abbandonare la vita politica, in caso di sconfitta”.Renzi in primo grado aveva parzialmente vinto: in quattro editoriali era stato diffamato. Ma in appello ha dovuto prendere atto di un’altra realtà. Nell’editoriale intitolato “Il mitile ignoto”, per esempio, i giudici stabiliscono che il “fine dell’articolo è chiaramente quello di esercitare una critica politica sia pur feroce e dissacratoria, nei confronti del Senatore Renzi, all’indomani della nascita del suo partito ‘Italia Viva’ destinato, secondo il giudizio soggettivo dell’autore, a tradire la sua vocazione di ‘rottamatore’ e invece ad attrarre nella formazione politica neonata i peggiori fuoriusciti da altri schieramenti”. “Da qui”, continua la sentenza “l’accostamento alla cozza (o mollusco) quale microrganismo avente la funzione nell’ecosistema, di assorbire sostanze tossiche e trattenerle”. Idem per gli epiteti “il mollusco di Rignano” e “Matteo La Cozza”. L’utilizzo della metafora, spiegano i giudici a Renzi, è “funzionale alla manifestazione di un dissenso politico”.Renzi s’era poi lamentato dell’uso “oltre il limite della continenza di appellativi quali ‘il Bullo di Ostia’, ‘il poveretto’, ‘il disperato’. E qui i giudici gli fanno notare che le espressioni in questione sono contenute nella parte dell’editoriale in cui il direttore, proprio in tale veste, difende la testata giornalistica dando atto delle plurime querele ricevute da parte di Matteo Renzi, esprimendo una sarcastica e pungente critica a siffatta condotta, giudicata intimidatoria (da qui “Bullo di Ostia”) verso una stampa non schierata in suo favore e indipendente, diretta dunque a limitarne la libertà di espressione. Gli appellativi sono chiaramente finalizzati a esprimere dissenso e a trasmettere un messaggio di resilienza, se si vuole anche ‘guascona’, da parte del quotidiano, per cui ‘disperato’, ‘poveretto’ sono adoperati per sminuire l’avversario e significare che il Fatto non si sarebbe lasciato intimorire dalle querele ricevute e dall’entità dei risarcimenti richiesti in suo danno”. E quindi si trattava di “manifestazione legittima di critica e politica anche sub specie della satira”. Argomento, quella della satira, forse un po’ ostico per un politico che, nei tanti episodi contestati, aveva incluso l’editoriale intitolato “Secondo Matteo” per la “offensività dell’accostamento della sua biografia e della sua persona alle tappe della vita e alla figura di Gesù, in termini ‘gratuitamente canzonatori e denigratori’”.C’è voluto un giudice per spiegargli che si trattava di “un’immagine chiaramente surreale e provocatoria” per rappresentare “in chiave satirica, le dichiarazioni di Riotta (Gianni, editorialista di Repubblica, ndr), riportate all’interno dell’articolo, che lo descrivono alla stregua di un semidio, “giovane”, “forte”, “intelligente”, “sexy” e “digitalmente esperto”.
Fonte: Andrea Scanzi