
Gli enti locali hanno avuto anni per potenziare i loro servizi sociali, ma non lo hanno fatto” “Stiamo parlando di persone, di famiglie, di vite umane e non possono essere liquidate con un sms“. Il presidente dell’ordine degli Assistenti sociali lancia l’allarme mettendo in guardia dalla “guerra” che quel messaggio “sta scatenando”.
Lo aveva già fatto a poche ore ai cosiddetti occupabili: “Non si fanno riforme sulla pelle delle persone, non saremo noi ad assumerci l’onere di ritardi, omissioni e propaganda”. Una guerra che, rischia di avere due sole vittime: le persone fragili e gli assistenti sociali. Mentre le responsabilità verranno rimpallate tra il governo e gli enti locali, molti dei quali sono totalmente impreparati e hanno fatto poco o nulla negli ultimi anni per aumentare il numero degli operatori dei servizi sociali.
Il messaggio dell’Inps – La prima conseguenza tangibile dell’invio dell’sms è stato l’assalto in molti comuni d’Italia e “tanti uffici hanno dovuto regolamentare l’accesso ai servizi anche con l’aiuto della polizia locale“: “Se io vivo di reddito di cittadinanza e mi arriva quel messaggio sul telefono – sottolinea Gazzi al fattoquotidiano.it – la prima cosa che faccio è recarmi ai servizi sociali per avere la proroga, perché così si intuiva dal messaggio”. In attesa eventuale presa in carico da parte dei servizi sociali“. Un evidente “errore di comunicazione” per il presidente degli Assistenti sociali che non tiene conto “che non c’è nulla di più sbagliato di inviare un sms di quel tenore a persone in condizioni di fragilità“. “Pensate a persone che a stento comprendono un testo, se sono in grado di comprenderlo, e arriva loro un messaggio come questo”. Parliamo di persone che “vivono, o meglio sopravvivono, grazie a quel sussidio e da parte dello Stato e dell’Inps non c’è stata neanche l’accortezza di mandare qualche riga in più per spiegare esattamente la situazione”. “È come se si fossero perse di vista le persone“, incalza il presidente dell’ordine degli assistenti sociali. “Uno Stato maturo, uno del G7 non può cadere su queste cose. Rischiamo di diventare una barzelletta se non siamo in grado di dare delle informazioni tempestive e corrette alle persone”. Tra le 169mila famiglie che hanno ricevuto il messaggio dall’Inps ce ne sarebbero, infatti, circa 88mila che potrebbero essere prese in carico dai servizi sociali perché “non occupabili” secondo i nuovi criteri. Un iter semplice? Non proprio. “Premesso che non tutte le situazioni sono da presa in carico del servizio sociale, ci deve essere tutto il tempo necessario per valutare se è una situazione che richiede un intervento, di che tipo e poi costruire con queste persone un percorso”, sottolinea Gianmario Gazzi. “Per costruire una presa in carico, non basta compilare dei questionari. Bisogna costruire una relazione di fiducia, considerando che spesso abbiamo a che fare con persone con situazioni importanti, che vanno dalla violenza alle dipendenze, alla salute mentale e persone che ad esempio non hanno scolarizzazione“. “Se sono una persona adulta sola con un forte disagio psichico (magari non diagnosticato) che deve fare un suo percorso perché ha avuto dei ricoveri o è stato in comunità, formalmente risulterà occupabile, ma in realtà non lo è perché non c’è un posto adatto. Pensiamo a chi soffre di dipendenze o ai neomaggiorenni che sono cresciuti in comunità. È un loro diritto per legge avere un progetto multidimensionale con l’attivazione delle risorse del terzo settore di quel territorio, con l’insieme di interventi dal sostegno domiciliare, ai centri diurni. Ma dipenderà da ogni singola situazione”. Ed ecco un altro aspetto critico di questa vicenda. Non tutti i Comuni sono pronti. O meglio, non tutti i comuni si sono preparati. “Da diversi anni, già dal 2016-2017, sono stati messi a disposizione di regioni e comuni fondi importati. Ma come succede spesso in questo paese ci sono territori che hanno investito questi fondi costruendo delle reti che in questo momento cercano di reggere l’urgenza e altri che sono rimasti al palo” spesso gli enti locali con più criticità sono quelli con il maggior numero si percettori di reddito di cittadinanza. “ “Questi assistenti sociali devono già fare tutto, non solo pensare al reddito di cittadinanza”
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