Scrivo per non perdere il filo dei giorni

Mario Tagliacozzo scrive mentre il mondo intorno a lui diventa instabile. Scrive quando le certezze quotidiane si assottigliano, quando le regole cambiano senza preavviso, quando la vita richiede attenzione, cautela, adattamento continuo. Scrive per non perdere il filo dei giorni, per tenere insieme i legami, per restare aderente a ciò che accade senza rinunciare a ciò che sente

Il suo diario procede così: passo dopo passo, annotazione dopo annotazione. Dentro ci sono le notizie ascoltate alla radio, le decisioni prese in fretta, i trasferimenti, l’ospitalità offerta, l’aiuto ricevuto. Ci sono le persone, chi accoglie, chi accompagna, chi si espone senza clamore. E c’è una scrittura che non cerca effetti, ma presenza. Che non alza la voce, ma resta. Il 27 gennaio è il Giorno della Memoria, una ricorrenza dedicata al ricordo di ciò che è accaduto quando la dignità umana è stata negata e milioni di persone sono state private della libertà, della casa, del nome, fino alla deportazione e alla morte. Per noi dell’Archivio dei diari, questa data, come tante altre, è un invito a tornare alle parole scritte mentre la vita accadeva, a mettere al centro le testimonianze personali, concrete, quotidiane. II diari non servono a fissare il passato, ma a renderlo leggibile oggi. Consentono alle esperienze di attraversare il tempo e continuare a parlare. Il calendario ci offre alcune date per fermarci e tornare a queste parole. Il nostro compito è non lasciarle sole.


15 SETTEMBRE [1943] – Abbiamo trascorsa una penosissima notte, dopo la quale decidiamo di partire. Siamo svegli prestissimo e, come tutte le mattine in questo periodo, alle 7 siamo alla finestra per ascoltare la radio dei vicini. Nulla di nuovo. […] Mentre siamo in conversazione: una scampanellata. È un agente di P.S. che viene da Ancona, latore di un biglietto di Maria Luisa. In Ancona sono tutti preoccupati per noi. Stanno tutti bene ed in città non vi sono tedeschi. Queste notizie, unite alle altre che ci dà l’agente, ci fanno pensare che Ancona possa costituire un’ancora di salvezza e quindi, sia io, che Elena e Vito decidiamo di partire per Ancona. […]

17 SETTEMBRE 1943 […] Sono le sette e mezza quando finalmente giungiamo sulla piazza principale [di Magliano]. Ci facciamo indicare la pensione Maria che è a pochi passi, ma la padrona è uscita per andare alla messa. La ragazza che ci accoglie ci dà brutte notizie: la pensione ha due sole stanze che sono già occupate ed è difficile trovare alloggio fuori, perché il paese è pieno di sfollati. […] Continuiamo a passeggiare avanti e indietro sulla piazza, fino a che vediamo spuntare la padrona. […] Le prospetto la nostra situazione, la triste posizione di Virgola e di Franca, che sono stanche e stanno per giungere. Sembra commuoversi: vedrà, cercherà, farà il possibile per sistemarci alla meglio. […] Mi solleva qualche obiezione, forse ha paura di ospitarci perché siamo ebrei, teme di aver noie. La rassicuro e finisce per dirmi che… se ci adatteremo, vedrà, ci sistemerà alla meglio… in qualche modo… È tale la mia gioia che non le chiedo nulla. […]

La sera del 29 novembre ascoltammo alla radio la conferenza Cappuccio sugli ebrei e restammo terrorizzati: comprendemmo subito che qualcosa di molto grave andava maturandosi contro di noi e cominciammo naturalmente a preoccuparci per il nostro futuro. […]

Verso sera [1 dicembre] giunsero inaspettati gli Apolloni: non ci vedevano da parecchi giorni e, sorpresi dal nostro silenzio, venivano a ricercarci. […] Li informammo brevemente ed avemmo subito il conforto di vedere che non ci avrebbero abbandonati. Profondamente religiosi entrambi, di animo profondamente, umanamente buono, si assunsero subito, come una missione, l’aiuto a chi soffriva, a chi temeva, a chi non sapeva come sfuggire alla prigionia, alla morte anche forse. Restarono colpiti, ma reagirono immediatamente.

[dicembre 1943] Abbiamo rivisto ancora gli Apolloni che vengono giornalmente a farci visita. […] Bruno ha parlato di nuovo con Don Guido e ci prospetta altri modi per risolvere il nostro problema. […] I Messicani si sono dichiarati senz’altro disposti ad ospitarci tutti, uomini e donne. Preferiscono si vada da loro la sera, al buio, passando attraverso alla chiesa delle Mura, entrando a piccoli gruppi e senza bagaglio. […]

[…] Mandammo le nostre carte d’identità a Roma e ce le riportò pochi giorni dopo Nannina corrette: erano le nostre stesse che, scolorinate, avevano i nomi cambiati. […] Non sto a dire quanto ci dettero da fare le nuove carte d’identità. […] Anche nel falso occorreva essere precisi.

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